Divide, appassiona, fa discutere. In tempi di campionato sospeso, la diatriba tra “giochisti” e “risultatisti” è uno degli argomenti più dibattuti del momento, uno di quelli che più infiammano i salotti televisivi, i commenti degli appassionati, l’opinione pubblica del pallone.

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Chi ha ragione? L’allenatore che si adatta ai propri giocatori, alle loro caratteristiche tecniche, quello che privilegia la sostanza alla forma e che non si fossilizza sul bel gioco o il tecnico che invece pretende che al risultato si concili l’estetica, una produzione fatta di idee, di armonia, di bellezza, di ricerca di spazi, di voglia di proporre e non solo di speculare.

Filosofie contrapposte, modi di intendere il calcio diversi e agli antipodi. Linee di condotta che hanno avuto negli anni interpreti di spicco, vere e proprie leggende che hanno fatto dell’una o dell’altra via quella prediletta. Invece di scrivere di Guardiola ed Allegri, il blog di 888sport fa un salto nel passato!

Da una parte visionari come Rinus Michels, Arrigo Sacchi, Johan Cruijff e dall’altra totem come Giovanni Trapattoni e Fabio Capello. Palmares da fare invidia su entrambi i fronti: campionati e coppe nazionali, Coppe dei Campioni o Champions League, vittorie con le squadre nazionali; ma modi diversi di raggiungere l’obiettivo. Alla faccia di chi sostiene che il calcio sia un gioco semplice. Forse lo è davvero, ma dipende dalla prospettiva da cui si guarda al gioco. 

SACCHI VS TRAP - Figlio del calcio totale di Michels è senza dubbio Arrigo Sacchi che Gianni Brera, dopo i primi mesi difficili e poveri di risultati sulla panchina del Milan, definì un “apostolo soggiogato da visioni celesti”. Se Michels era stato la rivoluzione, i “giochisti” avevano poi dovuto subire un’epoca reazionaria, di ritorno di idee considerate da loro vecchie, antiquate. In Italia dominava la cosiddetta “zona mista” che aveva assorbito alcuni concetti arrivati dall’Olanda, ma che li aveva poi riadattati alla mentalità nostrana ottenendo tra l’altro grandi risultati.

La Juve di Trapattoni vince, convince, domina e fornisce alla nazionale il blocco principale e poi c’è Platini a illuminare la scena. Sacchi arriva al Milan nell’estate del 1987, la scia vincente della Juve ha segnato l’ultimo decennio del calcio italiano. I bianconeri, con Trapattoni alla guida, hanno vinto sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA tra le altre. Il Trap ha lasciato Torino ed è approdato sulla sponda nerazzurra dei Navigli nel 1986. Ma i concetti non cambiano.

La Juve giocava di base con il 4-4-2 che però può diventare 4-3-3, 4-4-1-1 o un 3-5-2 in base all’avversario e ai momenti della partita. La difesa è a quattro, ma applica una zona mista con un libero capace di impostare, un marcatore puro e due terzini con caratteristiche diverse: uno con grandi capacità di spinta e un altro invece in grado di scalare e diventare il terzo centrale quando il collega era in proiezione offensiva. In mezzo al campo c’era il classico mediano e un 10 capace di dare estro alla manovra.

Il Trap è stato spesso accusato di essere un “catenacciaro”, un allenatore la cui priorità è difendere. Non è così, o meglio se analizziamo le sue Juventus sono tanti i giocatori offensivi messi in campo: la squadra che giocò la tragica finale di Bruxelles del 1985, aveva Platini, Rossi, Boniek, Briaschi, un terzino di spinta come Cabrini e una mezzala come Tardelli che amava inserirsi. Trapattoni non è un allenatore antico, ma un pragmatico, sa leggere le situazioni che la partita gli presenta, sa adattarsi alle necessità e ai momenti del gioco.

No all’aggressione alta e costante, ma sì a un possesso palla che possa rallentare i ritmi in caso di risultato favorevole. Camaleontica la Juve del Trap, in grado anche di abbassarsi molto e guadagnare campo alle spalle delle linee avversarie da attaccare in contropiede. Concetti che ai “giochisti” però sanno di vecchio, di passato, di reazione da spazzare via con una seconda rivoluzione. Quella sacchiana. La zona non è più mista, ma tutti devono essere coinvolti nell’azione offensiva e difensiva.

Sacchi detesta gli attaccanti che restano fermi in fase di non possesso, che diventano passivi una volta persa palla, il loro compito è schermare l’inizio azione avversaria e permette alla squadra di alzarsi. La pressione è fondamentale nel calcio di Sacchi, quella che lui chiama difesa attiva, che fa sì che la squadra sia padrona del gioco sempre, anche quando la palla ce l’hanno gli altri “perché li costringe a giocare a ritmi a cui non sono abituati”. Nel Milan di Sacchi i terzini posso spingere entrambi e in contemporanea, cosa che invece nel sistema di Trapattoni non accadeva e si attacca con minimo cinque giocatori.

Il 4-4-2 è solo di partenza perché poi i numeri vengono lasciati da parte, si ragiona di squadra, in movimento, con 5-7 elementi che in fase di transizione offensiva vanno sopra palla. Il centrocampo non è mai in linea, ma si trasforma in un rombo in cui il vertice basso ha il compito di agevolare la circolazione del pallone. No a un calcio speculativo, ma propositivo. Sempre. Il mantra sacchiano è chiaro. La squadra non deve mai subire, ma imporre, deve rimanere corta e stretta e tramite la trappola del fuorigioco cancella campo a disposizione degli avversari.

All’epoca se un giocatore era oltre l’ultimo difensore, anche se in posizione oggi passiva, veniva considerato in offside. Così la linea difensiva del Milan si muoveva guardando la palla e non gli uomini, aspettando l’attimo giusto per salire e lasciare gli avversari in zona proibita. Anche il contropiede, arma preferita dei difensivisti, viene riletto in modo razionale, armonioso, da Sacchi. La ripartenza va accompagnata da diversi uomini, bisogna muoversi in modo da aprire spazi. Addio alla fuga solitaria di un solo uomo.

La rivoluzione è compiuta. Sacchi parte con fatica con alcuni risultati che avrebbero decisamente fatto saltare il banco delle scommesse Serie A, ma poi impone il suo calcio, cambiando definitivamente lo sport più amato. Vince due volte la Coppa dei Campioni, due Intercontinentali, uno Scudetto e due Supercoppe Europee. Prima di passare la mano...

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).
 

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