Non potevamo scegliere un ospite migliore di Christian Giordano, giornalista di Sky e autore (tra i tanti libri che ha scritto) del pregevole “Lost souls: Storie e miti del basket di strada”, per raccontarvi, in esclusiva per il blog di 888sport.it,  la G-League, la sorella minore della NBA.

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“L’ex NBA Development League o NBA D-League - ci spiega Giordano - è la lega minore ufficiale della NBA. Un campionato per ‘seconde’ squadre, affiliate alle rispettive case madri NBA, che serve da palestra per giocatori, staff tecnici e societari, dirigenti, preparatori, arbitri. E come laboratorio per modifiche regolamentari. In sintesi: ricerca e sviluppo (anche di talenti, spesso late bloomer, come da quelle parti chiamano – fuori e dentro metafora – i virgulti che sbocciano tardi). Ovvio, è anche show-biz: quindi deve pure produrre utili.

LE REGOLE ED IL FORMAT

È nata nel 2001-02, dal 2018-19 si chiama NBA G-League. La G del nome non sta per Growth (crescita) bensì per Gatorade, il main sponsor e caso-scuola di naming rights applicato a un’intera lega. 
Non ci sono promozioni/retrocessioni, chi vince è campione della G-League, non viene promosso in NBA, per capirci. Lo preciso per chi non segue gli sport “americani” e le loro leghe chiuse. Le 28 squadre della G-League sono (tranne Denver Portland) associate alle 30 della NBA e giocano una regular season di 50 partite (contro le 82 della NBA). Ai playoff, previsti di 4 turni, sono ammesse 12 squadre.

Dal 2019-20 è sorta a Erie, come expansion team dei New Orleans Pelicans, la franchigia Bayhawks, che dovrebbe essere rilocata a Birmingham, Alabama, dal 2022-23. Non sempre (anzi) nick e città coincidono con quelli della casa madre, a volte nemmeno gli Stati, per quanto relativamente vicini. 
Come nella NBA si giocano 4 quarti da 12’ effettivi ciascuno. Cambia la durata degli overtime: 2’ in G-League rispetto ai 5’, sempre effettivi, della NBA. 

Con l’espansione è cambiato l’accesso ai playoff. Dal 2018-19 i sei campioni di division (miglior record) accedono di diritto. Gli altri sei posti si assegnano con 3 wild card agli altri tre migliori record delle due conference. Le squadre con il miglior record di conference (seed 1 e 2) partono dal secondo turno di tre turni a eliminazione diretta. Le finali si giocano al meglio delle tre e col formato 1-1-1, quindi nessuna finalista gioca due gare in fila in casa”.

In nessun caso una formazione di quel campionato può aspirare a salire in NBA?
“Per il momento, no. A meno che, in una delle periodiche valutazioni che la NBA fa sul seguito e i ricavi che alcune sue franchigie hanno in certe zone e la perenne fame di un ritorno del basket NBA in piazze storiche (un esempio su tutti: Seattle, mai ripresasi dalla perdita dei Super Sonics), non decida di promuoverne una particolarmente appetibile – magari previa rinomina, per motivi di identificazione – dalla G-League”.

Qual è il livello del campionato, comparato all'NBA o al campionato italiano?
“Non scherziamo. Senza mancare di rispetto a nessuno, l’attuale campionato italiano, o la parodia che ne è diventato, non può stare nella stessa frase con questi colossi. Più vicino alla NBA, quindi, ma un paio di gradini sotto. Gradini non così insormontabili, però. A fine 2018-19, il 52% dei giocatori nei roster finali della NBA erano ex G-League. Per i pronostici NBA, più di uno su due: Serie A, what? 

Non basta? Almeno 30 prospetti di G-League sono stati poi chiamati (call-ups, alla lettera: convocati), nella NBA in ciascuna delle ultime 8 stagioni (esclusa l’attuale). Tra i top chiamati in NBA: le guardie Danny Green (gran tiratore da tre e arma tattica campione nel 2014 con gli Spurs e nel 2019 con Toronto), Gerald Green (Rockets), la meteora - famosissima ai Knicks - Jeremy ‘Linsentity’ Lin (Hawks), il centro Hassan Whiteside (Heat).

Tra i top invece assegnati da squadre NBA alla propria affiliata di G-League (cioè percorso inverso con possibilità di ritorno): le guardie Eric Bledsoe (Bucks) e Reggie Jackson (Pistons), i centri Rudy Gobert (Jazz) e Clint Capela (Rockets). 
Una precisazione: gli assegnati hanno le garanzie del contratto NBA. Dal 2017 I roster NBA sono stati allargati da 15 a 17 giocatori con l’aggiunta di due spot riservati a giocatori con Two-Way Contracts per poter passare – appunto nei due sensi – dalla NBA alla G-League e viceversa”.

Che rapporto ha la G-League con il basket dei college NCAA?
“Non si può dire ufficialmente, ma è un fatto: la G-League sta cercando di prendere il posto – come bacino – della NCAA (e in questo senso ha già reso più povera la pallacanestro europea). In più sembra siano allo studio nuove forme contrattuali per invogliare i giocatori a giocare nella G-League, che ogni anno tessera oltre 100 giocatori pescando, col proprio Draft, fra i NON scelti al Draft NBA.

Fra questi anche i tagliati ai training camp NBA e i cosiddetti International players (come loro chiamano i giocatori “stranieri”). Attenzione: i giocatori, per poter essere eleggibili nel Draft della G-League, devono aver compiuto i 18 anni”.

A livello di pubblico e media è un prodotto che funziona?
“Sempre facendo riferimento all’ultima stagione completa (2018-19), la G-League è stata trasmessa su ESPN Networks, NBA TV e sui social Twitch and Facebook Live. La G-League ha un proprio sito ufficiale (NBAGLeague.com). E una app sia per iOs sia per Android. Sui social media è presente con profili ufficiali su Facebook, Twitter, Instagram, Twitch e Snapchat (nbagleague).

Bisogna capire bene che cosa si intende con ‘funziona’. Numeri e mezzi sono ‘americani’, quindi anni-luce dai nostri. Non saprei rispondere nel dettaglio perché bisognerebbe conoscere i target di mercato che si sono posti nei piani alti della NBA e della stessa G-League. La G League però ha un’altra funzione, del tutto peculiare, e che è quella di alzare il livello della NBA e al contempo impedire la nascita e l’affermazione di una vera lega concorrente, più che puntare ad alzare chissà quali share e ratings in tv o fare clickbaiting per se stessa. 

In generale, la NBA guarda molto oltre il piccolo-medio termine. Un esempio che va ben al di là della G-League? La NBA potrebbe sfruttare l’emergenza per risistemarsi più avanti nell’anno solare e smarcarsi così sempre di più – anche nel calendario – dalla NFL. L’unica lega che le fa davvero paura.
Come recita un vecchio detto USA, ‘il baseball è come l'America vorrebbe essere, il football è l'America com'è’. Il basket NBA sta nel mezzo, e non può mai smettere di sgomitare”.

Infine, quali sono i giocatori da seguire? 
“Ce ne sono tanti. E come sempre dipende da chi (e cosa) serve a chi. Con l’eccezione di Jared Harper, che ho visto dal vivo perdere da junior l’anno scorso a Minneapolis all’ultimo secondo la semifinale NCAA con Auburn (battuta dalla Virginia futura campione), cito una vecchia top10 di Sports lllustrated, bibbia che per me è – resterà – tale. 

Vi indico altri due nomi: il primo è B.J. Johnson (Lakeland Magic), gran realizzatore (quasi 24 punti di media) e rimbalzista (oltre 6). Al college con Syracuse e LaSalle, NON scelto al Draft 2018. L'altro è  Josh Gray (Erie BayHawks), duro, rapido, play ma anche realizzatore, la classica two-way point guard (oltre 23-7-5 in punti, assist e rimbalzi), anche lui due college (Texas Tech e Louisiana State), NON scelto nel 2016.

*La foto di apertura dell'articolo è di Gregory Payan (AP Photo).

Sull'autore
Di
Emanuele Giulianelli

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.

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