Nella letteratura sportiva, le amichevoli disputate nel corso degli anni rappresentano un pozzo di sceneggiature da Far West dalle quali attingere a piene mani. Facile ipotizzare le risse tra i portuali inglesi - chiamati a diffondere il verbo calcistico alla fine del Milleottocento - e gli autoctoni, battaglieri ma incapaci. Difficile smentire le cronache del secolo successivo che raccontano partite senza nulla in palio, declinare nel giro di un’azione verso sanguinose battaglie.

Il repertorio sulle amichevoli più violente della storia, apre il sipario sulla partita di calcio disputata nel carcere di Cieneguillas, in Messico. Il Cartello del Golfo contro quello dei Los Zetas: metti 22 narcos a confronto su un campo di calcio, e il risultato è assicurato: sedici morti e ventidue feriti. Del risultato finale, non è dato sapere.

All’inizio degli anni ’20 - e parliamo di un secolo fa - il Bologna è una formazione in rampa di lancio. Alla fine del campionato si va in tournée per racimolare qualche soldo e confrontarsi con il calcio d’oltre oceano. Ci si imbarca sul piroscafo Conte Rosso, dopo diciotto giorni di navigazione, si attracca in Brasile. Qui il Bologna gioca per la prima volta sotto la luce dei riflettori, apprezzando la tecnica dei calciatori brasiliani. Cambiando nazione, cambia la musica.

Il tango è il momento più alto di romanticismo danzante, ma in Argentina non fanno troppi complimenti; l’amichevole contro la Nazionale albicecelste diventa in poco tempo una corrida: Luis Monti ha origini romagnole, e viene da una famiglia di calciatori. Lo chiamano doble ancho, ovvero armadio a due ante, e il motivo è facile da scoprire. Il difensore dà la caccia a Schiavio per tutta la partita - per tutto il campo - lo randella ogni qual volta ne capita l’occasione: Angelino non se la tiene, e alla fine scoppia la rissa.

L’oriundo romagnolo e l’attaccante del Bologna diventeranno amici vincendo con la Nazionale Italiana il Mondiale del 1934 a Roma: tesserato dalla Juventus, Monti continuerà tuttavia a tartassare l’attaccante durante le accese sfide di campionato.

Leonidas e Bagicalupo

Il Sudamerica è un punto di arrivo anche per il Grande Torino che, nell’estate del 1948, approda in Brasile. E’ un modo per andare alla scoperta del Paese che ospiterà la successiva edizione del Mondiale: purtroppo i giocatori granata non arriveranno mai a giocare quel torneo, la sciagura di Superga li renderà immortali, tanto quanto i protagonisti uruguaiani del Maracanazo.

Ma Valentino Mazzola e compagni in Brasile confermano la loro fama mondiale; pareggio contro il Palmeiras, sconfitta di misura contro il Corinthians, rotondo successo contro la Portuguesa. L’ultima sfida è contro il São Paulo che nel primo tempo va sotto di due reti; i padroni di casa accorciano le distanze, ma giocano con grande nervosismo.

I brasiliani al centro dell’attacco schierano Leonidas, il centravanti è sul viale del tramonto, ma è stato il più grande attaccante degli ultimi vent’anni: ha vinto il titolo con il Vasco da Gama e col Botafogo, gioca nel Flamengo quando in Europa imperversa la Seconda Guerra Mondiale, poi sceglie il São Paulo per chiudere la carriera.

Ha giocato due Mondiali, nel 1934 ha 21 anni, e segna l’unico gol del Brasile che viene eliminato dalla Spagna al primo turno. Nel 1938 è la stella della Nazionale verdeoro; la sua assenza nella semifinale contro l’Italia è a tutt’oggi un mistero: alcuni dissero che il tecnico Pimenta scelse di farlo risposare in vista della finale con l’Ungheria, altri affermarono che il giocatore non trovò l’accordo con la federazione per il premio della vittoria finale. Leonidas ha ormai 35 anni, vive quasi di ricordi ma non vuol piegarsi all’incedere del tempo.

Si lancia verso la porta, si allunga il pallone ma non ferma la sua forza d’impeto travolgendo Bacigalupo. Il portiere granata si rialza e lo colpisce, il brasiliano non fa complimenti, e replica. Volano schiaffi, arriva il fischio finale.

A livello internazionale, l’amichevole più chiacchierata della nazionale Italiana risale al 1958. E’ in programma la sfida di ritorno per la qualificazione ai Mondiali, gli azzurri si presentano a Belfast, per sfidare l’Irlanda del Nord. In campo ci sono tutti, tranne l’arbitro ungherese Zsolt, rimasto a Londra per la chiusura dell’aeroporto: c’è nebbia, gli aerei non decollano. A questo punto, la due selezioni decidono di giocare un’amichevole.

Arbitra l’irlandese Mitchell, e non è una buona scelta. I cinquantamila spettatori sono indispettiti, alla fine - tra un insulto e l’altro - diventa una sfida tra protestanti e cattolici: i protestanti menano, i cattolici protestano. Ma menano pure loro. Il risultato di parità dovrebbe accontentare tutti, ma al fischio finale scoppia un improvviso parapiglia: la successiva invasione di campo degenera in una guerra senza quartiere.

 

Nelle città dove ci sono almeno due squadre di calcio, non può regnare il monoteismo calcistico. Da sempre, i club vanno sono in posizione avversa e ostinata. Neanche un mini torneo per ricordare la memoria di un presidente - di per sé, una nobile iniziativa - riesce a preservare giocatori e spettatori dalla competizione sportiva: accade a Roma, siamo nell’estate del 1993, tra le due formazioni della capitale e il Cagliari, terzo incomodo. Il mini derby dura soltanto 45 minuti, ma bastano per darsele di santa ragione. Alla fine, vince la Lazio, ma è un dettaglio che ricordano in pochi.

Le amichevoli estive sono spesso deleterie, non sempre le squadre arrivano con la stessa preparazione, e con le stesse intenzioni; ci sono giocatori che cercando di conquistare il posto da titolare, altri innervositi dal calcio mercato, altri ancora che capiscono di aver perso la titolarità del ruolo a vantaggio dei nuovi arrivati: tutto lecito.

1999: Perugia - Libia!

Ma quello che accade nell’incantevole cittadina di Norcia rischia di far esplodere una guerra diplomatica. Siamo nell’estate del 1999, il Perugia di Mazzone si prepara per la nuova stagione e affronta in amichevole la Nazionale della Libia; i rapporti tra il Presidente Gaucci e il leader libico Gheddafi sono ottimi, tanto che il figlio dello statista africano - pochi anni dopo - arriverà a vestire la maglia del Grifone. Ma Saadi Gheddafi oggi è in panchina. L’impianto dell’hotel Salicone è blindato, ci sono militari ovunque.

C’è un "militare" anche sulla panchina della Nazionale libica, è Eugenio Bersellini, allenatore all’antica che non vuol minimamente perdere credito agli occhi del suo Capo di Stato. La Libia prima del calcio d’inizio prega. E poi mena, senza scrupoli, senza motivo. La partita dura appena 17 minuti. Poi esplode una rissa senza precedenti: i libici brandiscono le bandierine e colpiscono chiunque capiti a tiro, i giocatori del Perugia non si tirano indietro. Anche qui, è una lotta senza quartiere, con 40 persone che si affrontano senza remore.

Il console libico - in tribuna - è sconcertato, accanto a lui, il presidente Gaucci ha le mani sugli occhi, tanta è la vergogna. Alla fine, l’unico a salvarsi è il figlio di Gheddafi che - scortato dai Carabinieri - guadagna incolume la via per gli spogliatoi.

Ci sono amichevoli che non saranno mai tali, e amichevoli che nascono male, come quella per le scommesse calcio affrontata nell’estate del 2010 dal Brescia: se l’avversario di turno è il Larissa... il destino della sfida è già segnato.
 

Sull'autore
Di
simone pieretti

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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