Champions League 2001/2002, i “Galacticos” del Real Madrid di Vicente del Bosque allo stadio Olimpico di Roma. Ero un ragazzino come tanti ed il mio cuore sperava in un’ impresa della mia squadra del cuore. Nel recarmi allo stadio ero impaziente di godermi dagli spalti la classe di Figo, Zidane, Guti e compagnia e staccare la spina dalle tragiche immagini trasmesse da tutti i TG in quelle ore.

Pian piano, con lo scorrere dei minuti e del gioco, mi accorsi, invece, che la mia attenzione veniva totalmente catturata da due calciatori che certamente, in quanto a classe pura, non rubavano l’occhio: Esteban Cambiasso e Claude Makelele, erano i due centrocampisti centrali del 4-2-3-1 che il tecnico madrileno aveva disegnato per permettere ai campioni offensivi a sua disposizione di coesistere in contemporanea.

Io, come detto, pur restando estasiato da ogni tocco di palla dei fuoriclasse offensivi che andarono a segno due volte nella ripresa per gli appassionati di statistiche legate alle scommesse, osservavo le lunghissime sequenze di gioco in cui i Blancos nascondevano la palla ai giallorossi e non riuscivo a staccare gli occhi da quei due: Makelele e Cambiasso, Cambiasso e Makelele. Il bianco ed il nero a dividersi quasi col goniometro, l’ampiezza  del cerchio di centrocampo: metà per uno e palla toccata non più di due volte. Controllo e verticalizzazione nella fase di possesso, intercetto e senso tattico nel non possesso: era incredibile per me quello a cui assistevo.

Nella zona mediana del campo, a cavallo dei due semicerchi di centrocampo, dove cadeva la sfera, trovavi uno dei due. Quel Real Madrid non si allungava mai, non si spezzava mai in due, non solo perché teneva sempre il pallone, ma anche e soprattutto perché Esteban e Claude, il bianco ed il nero, sapevano quando percorrere insieme, simultaneamente e coprendosi reciprocamente le spalle all’occorrenza, dieci metri avanti e dieci metri indietro, lateralmente a destra o a sinistra, al fine di tenere connessa la linea difensiva con i tenori d’attacco.

I DUE BINARI CALCISTICI

Cambiasso e Makelele furono pertanto la mia folgorazione, la genesi di un calcio, quello attuale, in cui oltre alle qualità tecniche, risultano determinanti le qualità di pensiero tattico, soprattutto lì nel mezzo, dove oggi in molti, fra addetti ai lavori ed appassionati, sostengono che ci sia appunto la chiave decisiva per vincere le partite, per prevalere strategicamente sull’avversario di turno e soppiantarlo, dandogli scacco matto. 

Makelele e Cambiasso come punto di partenza per definire, o meglio per tentare di definire l’identikit del moderno centrocampista: non è semplice, chiariamoci, perché questo ventennio ha evoluto il calcio ed i giocatori in maniera radicale: via i sistemi di gioco in numeri e le conseguenti ruolizzazioni, spazio al gioco per principi, per concetti, che proprio i singoli calciatori col loro talento, di piedi e di testa, devono saper caratterizzare e quindi, rendere difficilmente decifrabile per gli avversari in ogni situazione del gioco che va poi a comporre, la singola partita. 

Tielemans cerca di respingere una conclusione dell'Arsenal!
Una certezza però, possiamo averla; sono due i binari costituenti la struttura globale del centrocampista moderno. Da un lato abbiamo il centrocampista dominante sotto il profilo tecnico, il catalizzatore, l’accentratore del gioco, l’uomo che col suo straordinario dominio della palla sotto pressione ed in velocità e la sua capacità di anticipazione sa quando, come e dove, far arrivare il pallone.

Calciatori capaci di costituire un fonte di sostentamento continua per lo sviluppo del gioco offensivo della propria squadra: dalla costruzione all’ultimo passaggio, essi sono capaci di incidere e decidere e nel non possesso sono abili predatori di palloni per via indiretta, non vanno cioè a riconquistarla col contrasto fisico ma con l’intelligenza, recuperandola mentre è in viaggio, poiché capaci di capirne prima degli altri, la sua destinazione.

Campioni come Iniesta, Pirlo, Modric, Xavi, Verratti, Pjanic, esprimono perfettamente i tratti del profilo di centrocampista in questione, dominante attraverso la genetica del talento tecnico e del pensiero calcistico “differente”, evoluto e raffinato, a cui non bisogna indicare la strada, ma a cui, viceversa, compagni ed allenatori, hanno il dovere in campo di affidarsi.

Il secondo binario, è quello invece percorso da quei centrocampisti che fanno della fisicità, del dominio che nasce dal duello puro e duro, i loro punti di forza. Da Yaya Toure a Patrick Vieira tanto per citarne due che lì nel mezzo era meglio avere dalla parte propria, piuttosto che come avversari, fisicamente insuperabili, senza alcuna possibilità di poter prevalere nello stesso ambito, a meno che non si appartenga all’altro genus, quello in cui si sceglie durante il gioco più velocemente rispetto a quei giganti. Ma quindi, ammesso che esista, quale è la vera rivoluzione degli ultimissimi tempi?

Nella zona mediana, al vertice del calcio europeo, sembra farsi largo  sempre più, una figura che potremmo tentare di racchiudere nel concetto di tuttocampista. Forza fisica, qualità tecnica e senso tattico integrati in un unico profilo, quello del giocatore che dalla propria metà del cerchio di centrocampo, alla porta avversaria, sappia far tutto; recuperare palla direttamente o indirettamente con un movimento, gestire la stessa con qualità, valorizzarla, rendendola vincente con l’assist ed il tiro a rete.

Da Seedorf e Nedved, tanto per legarci temporalmente a Makelele e Cambiasso, arrivando a Pogba, Vidal, il talento belga Tielemans, fino ai nostrani ed attualissimi Barella e Zaniolo, se sarà impostato in quel ruolo. Correndo dalla metà campo alla porta avversaria con l’obiettivo di non rendere “banale”, nessun pallone toccato, proprio come sa fare un vero e moderno tuttocampista!

*Il testo dell'articolo è stato curato da Luigi Miccio; le foto sono di Rui Vieira (AP Photo).

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