Il 27 maggio del 2014, nel Salone d’Onore del Coni, Carlo Ancelotti fu premiato perché aveva appena vinto la mitica Decima, cioè aveva guidato il Real Madrid a conquistare la decima Champions League, spezzando una maledizione che durava da 12 anni. Quel giorno con lui, a condividere la gioia del momento, c’era Ernesto Bronzetti, considerato il numero 1 dei mediatori internazionali per aver contribuito in maniera decisiva al trasferimento di 7 (sette!) Palloni d’Oro, un record difficilmente avvicinabile.

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Era stato lui, Bronzetti, a convincere il suo amico Florentino Perez, presidente del Real: “Prendi Carletto e vincerai la Decima”, gli aveva detto. Andò proprio così.

Quel giorno, al Coni, Ernesto aveva 67 anni e già lottava con un tumore che lo avrebbe portato via due anni dopo, il 2 febbraio 2016, ma si è goduto il trionfo con la soddisfazione di chi sa di aver toccato l’apice dopo una vita vissuta con intensità unica. Subito dopo la cerimonia, lui e Ancelotti furono invitati in un’altra piccola sala del Coni: c’erano tra gli altri il presidente Malagò e il direttore generale Uva, ma il mattatore fu Bronzetti. Seduto “a capotavola”, sigarettina tra le labbra e gambe incrociate, fece divertire tutti con aneddoti, barzellette, retroscena inediti di mercato. Era felice, si vedeva. Felice e forse perfino appagato, finalmente.

Portare Ancelotti al Real era un suo pallino. Ci era rimasto male quando, nel 2009, il suo amico Carlo preferì il Chelsea, nonostante la strada per Madrid fosse stata già spalancata dal lavoro ai fianchi di Bronzetti nei confronti di Perez. Quattro anni dopo, nel 2013, il matrimonio finalmente riuscì. Per strapparlo al Psg, il Real fu costretto a pagare i 7 milioni di euro previsti dalla clausola di rescissione.

D’altronde Ernesto considerava Ancelotti, con la sua capacità unica di gestire uno spogliatoio infarcito di fuoriclasse e primedonne, perfetto per il Real Madrid. Aveva ragione. Non a caso, ancora adesso Cristiano Ronaldo e Sergio Ramos sono molto legati al tecnico della Decima, e fecero di tutto per evitarne il prematuro esonero, nel maggio 2015, mai accettato dallo spogliatoio del Real.

Venti anni di operazioni mirate!

Bronzetti aveva questa capacità di capire le persone, di entrare immediatamente in sintonia con loro. Dote fondamentale nella sua professione. E poi sapeva scegliere la strategia giusta per arrivare all’obiettivo. Famoso per i suoi affari sull’asse Italia-Spagna, decise di puntare sul mercato iberico dopo due trasferimenti da lui curati: Raducioiu dal Milan all’Espanyol e Vlaovic dal Padova al Valencia.

Era l’estate del 1994, 20 anni prima del trionfo con Ancelotti e il suo Real. Ecco, quei vent’anni, cruciali nella vita di Bronzetti, li passò tra Madrid, Milano, Roma e Terni, la sua città natale, la residenza della sua famiglia: la moglie Oretta, le figlie Ellida, Elisabetta e Letizia. Quelli erano i suoi punti cardinali.

Dallo sbarco in Spagna, gli furono sufficienti tre anni per diventare un personaggio a tutto tondo del mondo del calcio: nell’estate del ’97 fu lui a “inventare” il trasferimento di Bobo Vieri dalla Juventus all’Atletico Madrid, sfruttando l’amicizia con Jesus Gil, vulcanico presidente del club spagnolo. Un’operazione da 34 miliardi che fece scalpore, attirando l’attenzione dei media su Bronzetti, che si andava affermando come il numero 1 del calciomercato.

Le interviste e la popolarità non lo cambiarono, aveva l’umiltà di ascoltare chi era più esperto di lui sulle caratteristiche dei calciatori e sapeva essere disponibile anche con quei rompiscatole dei cronisti sempre a caccia di notizie. Senza però compromettere mai l’esito di un affare solo per il gusto di regalare uno scoop o ingraziarsi un giornalista.

D’altronde non ne aveva bisogno: i suoi amici – veri, al di là del lavoro – si chiamavano Adriano Galliani e Florentino Perez, per citare i più influenti. Ma poi aiutò Sergio Cragnotti quando nel 2001 aveva bisogno di portare Mendieta, allora miglior giocatore della Champions, alla Lazio (i tifosi lo contestavano per la cessione di Nedved, che andava sostituito) e l’affare con il Valencia non si sbloccava (e per i biancocelesti sarebbe stato meglio non si fosse mai sbloccato, in realtà…).

I sette Palloni d'Oro!

E riuscì nell’impresa di mettere seduti uno di fronte all’altro Moratti e Figo, che si corteggiavano da lontano ma nessuno dei due si sbilanciava nel fare la prima mossa verso l’altro: Bronzetti accompagnò il portoghese – uno dei Palloni d’Oro - nella villa di Moratti a Forte dei Marmi, dove il presidente dell’Inter lo accolse con la maglia numero 7 nerazzurra già pronta con il suo nome.

Quando invece contribuì al trasferimento di Ronaldinho – altro Pallone d’Oro - al Milan, la sera della firma c’era lui con il fuoriclasse brasiliano ad Arcore, da Silvio Berlusconi. Era molto legato al club rossonero, Bronzetti. Uno dei momenti più felici della sua carriera fu quando Galliani gli propose un contratto triennale come “Ministro degli Esteri” del Milan: doveva occuparsi delle trattative sull’asse con la Spagna. Dal punto di vista strettamente economico, Ernesto ci avrebbe perso: ma non ci pensò due volte ad accettare proprio per l’orgoglio di poter lavorare con il Milan e con il suo amico Galliani.

Come un traguardo sognato da una vita e finalmente raggiunto. In rossonero portò – tra gli altri – anche Rivaldo e Ronaldo il Fenomeno (altri Palloni d’Oro), trattò Beckham prima del trasferimento ai Los Angeles Galaxy (tentò un blitz in extremis a Madrid per soffiare l’inglese agli americani, ma ormai era tutto fatto), partecipò all’affare con il Real Madrid per cedere e poi riprendersi Kakà, il quinto Pallone d’Oro di questa incredibile storia.

Ne abbiamo citati 5, a questo punto vi chiederete chi siano gli altri due. Accontentati: Hristo Stoichkov, dal Barcellona al Parma nel ’95, cronologicamente il primo della prestigiosa lista, e poi uno dei suoi fiori all’occhiello, il capitano dell’Italia campione del mondo 2006. Già, Fabio Cannavaro, portato al Real Madrid dalla Juve proprio quell’estate.

Il suo ultimo – di tanti, che mi commuovo ancora a elencarli nella mente – regalo per me fu l’anticipazione del passaggio di Khedira dal Real alla Juve a parametro zero. Era tutto firmato, quindi poteva dirlo, nessun rischio di far saltare l’operazione. Fino all’ultimo ha vissuto dell’adrenalina delle trattative da intrecciare, degli affari da impostare e concludere tra mille incontri e telefonate.

Se n’è andato sereno perché convinto di aver lasciato alle amate figlie quanto meritassero. Ellida, la prima, è un’affermatissima top manager televisiva, nell’ambiente dello spettacolo la considerano la migliore. Ha fondato la Red Carpet, società di produzione ed azienda leader nella gestione di stelle dello sport e dello spettacolo. Con lei lavorano le sorelle Elisabetta e Letizia. È sempre in movimento e formidabile nei rapporti: da chi avrà ripreso?

*La foto di apertura dell'articolo è di Paul White (AP Photo).

Sull'autore
Di
Giulio

Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

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