Disputare quattro edizioni del Campionato del Mondo di calcio e vincerne ben 3. Un autentico record, che solo "il più grande" per coloro i quali scelgono lui nell'eterno dualismo con Diego Armando Maradona può fregiarsi di aver tagliato. Stiamo parlando, ovviamente, di Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé.

Dei trionfi in Svezia, nel 1958 a 17 anni, contro i padroni di casa scandinavi, del 3-1 alla Cecoslovacchia in Cile quattro anni più tardi e del largo successo per 4-1 contro un'esausta Italia "post partita del secolo" a Messico 1970, si è già detto tutto.

Ma che ne fu della Coppa Rimet non vinta dalla Seleção? Ecco, diciamo che l'espressione "non vinta" non è proprio l'espressione più corretta. L'edizione di Inghilterra 1966, infatti, fu una vera e proprio disfatta per i verdeoro, usciti di scena già al girone di qualificazione, da campioni in carica. Le motivazioni furono svariate. Ce ne fu una, però, che "abbracciò" tutte quante.

Il Mondiale più "europeo"

Il Brasile era il detentore del titolo, ma ad aspettarlo c'era la patria del calcio. Quella degli inventori del gioco: anche se la competizione non propose scontri diretti tra le due nazionali, la mentalità della Perfida Albione, come in un "transfer", si impossessò in qualche modo dello stile di gioco di Bulgaria, Portogallo e Ungheria, avversari del Brasile nel gruppo 3.

Si trattava di un Mondiale profondamente diverso dagli altri: si segnava poco, si badava al sodo, i contrasti erano particolarmente ruvidi e gli arbitraggi decisamente "all'inglese". Si lasciava correre, non si sanzionava e, a corollario di tutto ciò, non erano previste sostituzioni. Una problematica inesistente, quest'ultima, oltremanica: l'unica - eventuale - sostituzione di cui si preoccupò la Football Association, fu quella riguardante il trofeo, sparito misteriosamente il 20 marzo 1966 durante un'esposizione al pubblico.

Ci pensò poi il meticcio Pickles (morto un anno dopo strozzato dal suo stesso guinzaglio) a ritrovarla, avvolta in carta da giornale, in un parco londinese a pochi giorni dall'inizio della competizione.

Tra stranezze e boicottaggi

Altre stranezze di quel Mondiale? Non venivano suonati gli inni prima delle partite (se non per il match inaugurale e quello della finale Inghilterra-Germania 4-2). Questo per lo scompiglio dettato dalla partecipazione di una nazione "nemica" della Gran Bretagna come la socialista Corea del Nord, letale in seguito all'Italia. Pak Doo-ik e compagni si qualificarono disputando appena due partite, entrambe giocate a Phnom Penh contro l'Australia.

La Corea del Sud si ritirò per il cambio sede del girone "a tre" dal Giappone alla Cambogia. Dopodiché i Nordcoreani avrebbero dovuto giocare contro la vincente delle qualificazioni riservate alle nazionali africane, che però a loro volta - proprio per non aver ottenuto dalla FIFA un posto a loro riservato - boicottarono tutte la competizione, non partecipandovi.

Pelé preso di mira

Il cammino del Brasile del commissario tecnico dalle discendenze di Castellabbate Vicente Feola, parte proprio dalla Bulgaria il 12 luglio al Goodison Park di Liverpool, casa dell'Everton. Secco 2-0 per i verdeoro, con entrambi i gol giunti su calcio di punizione: il raddoppio porta la firma di Garrincha al 63', ma al quarto d'ora ad aprire è proprio Pelé.

La "Pérola Negra", 25 anni, però, fu presa a calci dai figli di Sòfia. In particolare il suo ginocchio fu "timbrato" dal ripiegamento offensivo dell'attaccante Petăr Petrov Žekov, il suo omologo bulgaro, che appena tre anni dopo si aggiudicò la Scarpa d'Oro. Per questo Pelé è costretto a saltare il match di tre giorni dopo, sempre a Goodison Park, contro l'Ungheria, che con un rigurgito di grandeur anni Cinquanta, rifila un 3-1 senza appelli ai brasiliani che avrebbe sorpreso tutti gli appassionati di scommesse calcio.

La stella di Três Corações torna a disposizione per l'ultimo match del raggruppamento, in programma il 19 luglio a Liverpool, contro il Portogallo. I lusitani lo presero di mira, letteralmente "a calci". L'intervento più duro fu quello del rude difensore dello Sporting Lisbona João Pedro Morais, lo costringe a zoppicare (non essendo previsti i cambi) sino al 90', quasi fuori uso. L'arbitro è l'inglese George McCabe, fischietto di Sheffield che non ha la minima intenzione di abbandonare gli standard interpretativi sull'agonismo, propri del calcio britannico.

Risultato? 3-1 per i rossoverdi con doppietta di Eusébio e per il Brasile l'avventura finì già al primo turno, come non succedeva dal 1934. La delusione di Pelé per quanto visto e vissuto in Inghilterra fu tale da dichiarare, a fine competizione, di non voler disputare più Mondiali. Purtroppo per l'Italia e per fortuna del calcio non fu così, perché nel 1970, fu grandissimo protagonista del 4-1 con cui i verdeoro asfaltarono gli Azzurri, reduci dal 4-3 alla Germania Ovest.

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*L'immagine di apertura dell'articolo è di Bippa (AP Photo).

 
Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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