Mezzo secolo in un respiro: leggero e sottile come un soffio di vento, come la tramontana che arriva da nord a mitigare il caldo insopportabile di una torrida estate isolana. Più che altro un sibilo. Puoi sentirlo in lontananza, se tendi l’orecchio. Arriva. Sempre più forte, sempre più vicino, come il suono di un treno che marcia a regime, regolare nel battito degli assi sulle rotaie. O forse di un tuono. Di un Rombo di Tuono.

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Indossa una maglia bianca, con il colletto bordato di rosso e di blu; sul petto quattro mori e la croce di San Giorgio, tra i piedi un pallone a pentagoni neri. Corre sempre più veloce, la forza che sprigiona il suo incedere dà la sensazione di creargli il vuoto intorno. Nessuno è in grado di fermare quell’esplosione di potenza, il tuono con il suo rombo che lo annuncia. Nessuno è in grado di fermare Gigi Riva.

Ventisei anni, una forza della natura: capocannoniere degli ultimi due campionati di Serie A (compreso questo) con la maglia del Cagliari. Nato a Leggiuno, sulle rive del Lago Maggiore, è arrivato nel 1963 in Sardegna, dopo la sua prima stagione in Serie C con  i lilla del Legnano, in una terra povera di soddisfazioni per chi si spacca la schiena a lavorarla o chi penetra nelle sue viscere per rubare dal Tartaro il carbone ai Titani, una nazione più che una regione di un’Italia che, da qui, sembra così lontana nello spazio e nel tempo.

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Un arrivo silenzioso quello del giovane attaccante, quando il Casteddu è in Serie B. Una scalata rapida, a suon di gol: la prima promozione in A della storia della squadra sarda, i campionati disputati da protagonista, la prima classifica dei marcatori vinta nel 1967, la maglia azzurra e il titolo di campione d’Europa, conquistato nel 1968 contro la Jugoslavia a Roma, sotto la guida di Ferruccio Valcareggi.

La rete del titolo - L’apice del climax, il gol più importante per Gigi, per Cagliari e per la Sardegna intera, arriva il 12 aprile 1970, è quello del vantaggio casalingo contro il Bari. Quello che significa scudetto: la Juventus, infatti, perde per 2-0 a Roma contro la Lazio ed è matematicamente fuori dai giochi per il titolo di campione d’Italia che, per la prima volta, viene conquistato da una squadra del Sud. Al gol di Riva fa seguito quello del suo compagno d’attacco Sergio Gori, per il più classico dei risultati che dà inizio ai festeggiamenti.

L’Amsicora, che prende il nome dal guerriero che nel 215 a.C. guidò il popolo sardo nella rivolta contro il dominio di Roma. Quello del Cagliari campione d’Italia è un miracolo costruito con pazienza e grande competenza sin dalla Serie B, da quella promozione del 1964, passando per il secondo posto del 1968-69, alle spalle della Fiorentina. Evidentemente una sorta di prova generale.

Il mercato estivo, con la cessione di Boninsegna all’Inter in cambio di Poli, Gori e, soprattutto, Domenghini, ha messo in mano a Scopigno, con cui il nostro calcio sarà per sempre in debito, un mosaico perfetto di qualità e carattere, geometrie e velocità, potenza e classe: una squadra capace di incutere timore a tutte le grandi del campionato e, soprattutto, capace di vincere. Già, Manlio Scopigno, il pittore del quadro cagliaritano, il regista del film dei sogni, il pragmatico uomo di pensiero e di campo, il filosofo come è stato sempre chiamato.

La sua squadra pratica un calcio arioso, nuovo, agli antipodi rispetto al gioco all’italiana che va per la maggiore: palla a terra, tanto gioco a centrocampo e lanci in profondità per sfruttare i tagli del Rombo di Tuono (come lo battezza Gianni Brera, inizialmente critico nei suoi confronti, ma poi convertitosi sulla via di Damasco), Gigi Riva. Velocissimo, imprendibile, corre, aggancia il pallone e tira in diagonale. E, quasi sempre, segna. Tra le mura domestiche dell’Amsicora, Riva è capace di orientarsi dalla semplice osservazione dei cartelloni pubblicitari che circondano il perimetro di gioco, il che gli consente di prepararsi a calciare a rete anche quando si trova spalle alla porta.

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Ma un grande attacco non può essere vincente, da solo, senza il contributo determinante di una solida difesa. E quella del Cagliari scudettato 1969-70 incassa solamente 11 gol in tutto il campionato, due dei quali nelle uniche sconfitte stagionali, alla dodicesima a Palermo e alla ventunesima a Milano contro l’Inter. Scopigno impernia il suo reparto arretrato sul libero Tomasini, in marcatura Comunardo Niccolai (la cui fama per le spettacolari autoreti non gli rende minimamente giustizia) e l’insuperabile Mario Martiradonna con Zignoli e Mancin ad alternarsi nel ruolo di fluidificante.

In porta c’è una vera e propria sicurezza, Ricky Albertosi, estremo difensore della nazionale italiana. A centrocampo Brugnera, il brasiliano Nenè (compagno di Pelé al Santos), il regista Greatti, al quale i genitori hanno messo il nome Ricciotti come il figlio di Garibaldi, e Angelo Domingo Domenghini, campione di tutto con l’Inter di Helenio Herrera, a fare scorribande sulla fascia.

Le parole del Maestro Brera - Il campionato del Cagliari tricolore è stato una marcia trionfale, senza interruzioni. Il suo successo ha un’eco clamorosa in tutta Italia. Le parole di Gianni Brera, in tal senso, sono inequivocabili: “Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia. Fu l’evento che sancì l’inserimento definitivo della Sardegna nella storia del costume italiano. Questa regione rappresentava fino agli anni Sessanta un’altra galassia. Per venirci, bisognava prendere l’aereo e gli italiani avevano una paura atavica di questo mezzo di trasporto.

La Sardegna aveva bisogno di una grande affermazione e l’ha avuta con il calcio, battendo gli squadroni di Milano e Torino, tradizionalmente le capitali del football italiano. Lo scudetto ha permesso alla Sardegna di liberarsi da antichi complessi di inferiorità ed è stata un’impresa positiva, un evento gioioso. La Sardegna era fino ad allora nota per la brigata Sassari, ma le sue vicende furono un massacro”. Un trionfo nel segno del tuono, il riscatto per una regione e per un popolo intero.

*La foto di apertura dell'articolo è di Ulf Simonsson (AP Photo).

Sull'autore
Di
Emanuele Giulianelli

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.

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