Trecinquedue, che passione. È il modulo di moda, mica da oggi certo, ma la tendenza è sempre più diffusa. Soprattutto da quando la critica ha sdoganato il concetto della svolta: il 3-5-2 non è un modulo prettamente difensivo, e anzi in certe interpretazioni può diventare più offensivo del 4-2-3-1 o del 4-3-3, ovvero la formula d’attacco per eccellenza, non a caso quella utilizzata da Zeman, forse l’allenatore più esperto di schemi offensivi del nostro calcio.

 

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Prendete la Lazio, tra le migliori d’Europa nello sviluppo del 3-5-2: ha 3 difensori bravi a giocare la palla, due “quinti” che sanno difendere, certo, ma soprattutto attaccare, e un centrocampo di altissima qualità, addirittura senza mediani puri. Perché Lucas Leiva è un playmaker, Milinkovic e Luis Alberto due mezzali dai piedi di velluto.

E infatti l’anno scorso la formazione biancoceleste era perfino troppo sbilanciata in avanti: in questa stagione, Inzaghi ha trovato la soluzione al problema, la Lazio è equilibrata al punto giusto perché anche le mezzali lavorano in fase difensiva e i “quinti” rispettano alla lettera i compiti di copertura. Il pressing degli attaccanti poi completa il quadro, così la squadra funziona perfettamente in entrambe le fasi, di possesso e di non possesso.

La vera novità tecnico-tattica - Ecco la grande novità: prima si aggiungeva un difensore in più – da due a tre, appunto - per aumentare la solidità in copertura, adesso lo si fa anche e soprattutto per migliorare la costruzione del gioco, che infatti ora parte dal “basso”. Di conseguenza ai difensori ormai è chiesta una padronanza di palleggio che prima non faceva parte del loro repertorio: in generale, questo ha portato a un miglioramento della qualità estetica del gioco collettivo – tutti sono coinvolti nella fase di possesso, non solo centrocampisti e attaccanti - e a un peggioramento delle capacità di marcatura individuale da parte dei difensori stessi.

I primi a fidarsi di 3 difensori centrali - Molto è cambiato insomma da quando il Parma di Nevio Scala – dal ’92 al ’95 - conquistò l’Europa (Coppa delle Coppe, Supercoppa, Coppa Uefa) proprio con il 3-5-2 che sapeva sfruttare tutta l’ampiezza del campo, grazie in particolare al lavoro sulle fasce dei cursori Benarrivo e Di Chiara. Nonostante quel successo e l’evoluzione del modulo, è capitato perfino che una squadra come l’Inter, abituata a giocare a 4 dietro, avesse una crisi di rigetto quando Moratti nel 2011 scelse Gasperini per la panchina nerazzurra.

Il Genoa del Gasp, nei suoi momenti migliori, aveva riscosso consensi da pubblico e critica, da qui il tentativo di introdurre il 3-5-2 in casa Inter: finì che a ritrovarsi fuori dalla porta, dopo appena 73 giorni, fu proprio l’allenatore. Paradossale che oggi, nove anni dopo, la formula tattica di riferimento sia esattamente quella: tre difensori, tre centrocampisti, due “quinti” e due attaccanti. È la preferita di Antonio Conte già dai tempi della Juventus: pochi sanno insegnarla come lui.

La diffusione del 3-5-2 è diventata moda, in Italia, anche grazie ai successi di Conte. Non a caso, all’inizio di questa stagione veniva applicato da 9 squadre su 20, compresa la Spal di Semplici che ora è passata alla difesa a 4 con Di Biagio. Il modulo viene applicato benissimo da tante formazioni, a partire dal Verona di Juric, rivelazione del campionato. Proprio grazie a questa formula si sta riprendendo il Genoa di Davide Nicola, chiamato a risollevarsi dopo il flop di Thiago Motta.

Allegri e lo scacco matto al Cholo - E con la difesa a 3, a sorpresa, l’anno scorso Max Allegri riuscì a eliminare l’Atletico Madrid in Champions: Emre Can “braccetto” di destra, o stopper di destra, chiamatelo come volete, fu una grande e decisiva intuizione, perché garantì superiorità numerica a centrocampo senza perdere l’adeguata copertura dietro. Mossa tattica vincente di un altro grande stratega che le quote calcio davano ormai eliminato dopo il 2-0 del Wanda!

Tra i teorici del 3-5-2, quest’anno ha deluso Mazzarri: il Torino si è perso, nonostante avesse gli uomini adatti per interpretare al meglio il modulo. E a proposito di interpretazioni, un contributo determinante alla rivisitazione della difesa a 3 in chiave offensiva l’ha dato Pep Guardiola già ai tempi del Barcellona: anche in questo caso, un altro difensore con i piedi buoni gli garantiva più qualità nel gioco, per dominarlo con continuità, e nello stesso permetteva ai centrocampisti maggiore libertà negli inserimenti, tutti studiati da schemi mandati a memoria.

Ovviamente il tecnico catalano ha riproposto, con meno successo, la formula anche nel Bayern e nel City, arretrando in difesa giocatori che di ruolo facevano – fanno - i centrocampisti: Fernandinho l’ultimo esempio.

La difesa a 3 in Champions - Sempre più spesso, ormai, alla difesa a 3 ricorrono anche tecnici di top club europei. Perfino il Borussia Dortmund ha sfidato il Psg, in Champions, con un 3-4-3 speculare a quello utilizzato nell’occasione dai parigini di Tuchel. I tedeschi in difesa all’andata hanno schierato Piszczek, Hummels e Zagadou, i francesi Marquinos, Thiago Silva e Kimpembe. Non a caso, la retroguardia a 3 – con un uomo leggermente staccato al centro - è la più adatta a proteggere la porta dai tagli degli attaccanti esterni, spesso letali per chi difende a 4 in linea. Contro gente come Sancho e Hazard da una parte, Neymar e Mbappé dall’altra, giusto adottare la formula a 3. Lo stesso Zidane in questa stagione ha derogato al suo 4-3-3 per scegliere i tre dietro, soluzione strana per il Real Madrid.

Per non parlare del Lipsia, formazione che gioca a ritmi altissimi utilizzando il modulo 3-4-1-2 in una versione molto offensiva. E a ritmi incredibili gioca anche l’Atalanta, guidata da quel Gasperini – il vero erede di Nevio Scala, per molti aspetti - che forse ai tempi dell’Inter avrebbe meritato più pazienza da parte di chi l’aveva scelto: il 3-5-2 super dinamico dei bergamaschi, che ormai quasi sempre diventa 3-4-2-1 con Ilicic e Gomez alle spalle di Zapata, ha fatto scuola in Italia e quest’anno ha sorpreso tutti anche in Europa. Come confermano le quote calcio, ora Gasp, in Champions League, non si accontenta del ruolo di rivelazione…

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

 

Sull'autore
Di
Giulio

Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

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