Nel corso della storia del calcio, solo otto nazionali sono riuscite a vincere la Coppa del Mondo. Dal 1930, anno della prima edizione dei mondiali, la questione è sempre stata ristretta a una manciata di selezioni. Uruguay, Italia, Germania (in versione Ovest e unificata), Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna, in ordine cronologico rispetto alla prima vittoria.

Dando un’occhiata ad alcuni dati, però, ne spunta uno davvero particolare. Sette nazioni su otto superano ampiamente i 40 milioni di abitanti. Il Brasile, poi, esagera, arrivando addirittura i 210 milioni. E poi, incastonato due volte nel basamento della Coppa (1930 e 1950) c’è un piccolo Davide tra i Golia del pallone: l’Uruguay, la nazione più calcistica del mondo.

Un paese di appena tre milioni di abitanti in cui, come ha spiegato di recente il Maestro Tabarez, CT della Celeste dal 2006, sono più i bambini che sanno giocare a pallone che quelli che sanno la storia o la geografia. Non un complimento nell’ottica del tecnico, che ci tiene affinché il calcio sia un mezzo per il riscatto sociale e non un fine. Ma una fotografia che riassume benissimo il sentimento che il popolo uruguaiano mette ogni qual volta che un pallone rimbalza in mezzo a un campo da gioco.

Il calcio porta via dalla strada, crea aggregazione e offre una speranza, seppur tenue, di sfondare. Già, perché tra i tantissimi ragazzi che sognano di diventare grandi, sono pochi quelli che ce la fanno. Ma chi arriva al top ha un marchio di fabbrica inconfondibile: la garra.

Proprio quella capacità di lottare in ogni istante, anche quando la sconfitta è certa, che gli uruguaiani prendono dai loro antenati, quei Charrùa che si sono opposti ai Conquistadores spagnoli e che, pur essendo stati integrati nel tessuto coloniale, non hanno mai perso la loro identità. Se c’è da scendere in campo con il coltello tra i denti, per dare tutto e anche di più per la maglia, niente di meglio di un calciatore uruguaiano: non uscirà mai dal campo senza aver sudato il possibile.

Guai però a pensare che la Celeste sia una nazionale di portatori d’acqua e di picchiatori. C’è sempre stato chi fa legna, innegabile, ma di talento, dalle parti del Rio della Plata, ne è passato davvero tanto. 

Le due Coppe

Non per niente il primo mondiale si gioca proprio a Montevideo, perché negli anni Venti l’Uruguay ha vinto gli unici tornei internazionali di un certo spessore: i Giochi Olimpici di Parigi (1924) e di Amsterdam (1928) e tre volte la Copa America. Quella squadra ha la garra, rappresentata da capitan Nasazzi, uno dei migliori difensori di tutti i tempi, e la classe, quella di Scarone, per tutti “El Mago”, che per cinquant’anni sarà recordman di marcature in nazionale.

La finale del mondiale 1930 è un affare tutto rioplatense, perché al Centenario di Montevideo, costruito per l’occasione, arrivano i cugini argentini. Il clima è pazzesco, al punto che l’arbitro, il belga Langenus, chiede una nave pronta a salpare per l’Europa, in caso di scontri tra tifosi. La paura che qualcosa succeda c’è, perché a un certo punto gli argentini sono avanti per 1-2, ma non hanno fatto i conti con la garra.

Finisce 4-2 per i padroni di casa, con la firma finale di Hector “El Manco” Castro, uno che non si è fermato neanche davanti a un incidente sul lavoro che gli fa perdere la mano destra in giovane età.

Nel 1950, quando l’Uruguay gioca di nuovo il mondiale, lo fa da imbattuta. Nel 1934 e nel 1938 la Celeste non si presenta, un po’ perché il viaggio in Europa è costoso e un po’ per rendere la pariglia alle selezioni del Vecchio Continente che avevano disertato nel 1930. Molto più comodo andare in Brasile, magari seguendo la stessa formula dei decenni precedenti. E infatti ecco la garra di Obdulio Varela, il capitano senza paura, e il talento pazzesco di Schiaffino e Ghiggia.

Proprio loro due segnano le reti che regalano il secondo titolo mondiale alla Celeste, in una partita che passa alla storia. Al Maracanà al Brasile basta pareggiare per laurearsi campione, ma evidentemente i verdeoro hanno voglia di strafare. Vanno in vantaggio, ma si fanno riacciuffare e al minuto 79 Ghiggia ammutolisce lo stadio e un paese intero, pizzicando l’angolo al lato di Barbosa e realizzando un miracolo leggendario.

Da quel momento in poi, la storia ha un po’ cambiato spartito. Il periodo che va dal gol di Ghiggia al 1981 è fatto di delusioni. Crolla il mito del paese di calciatori, perché il ricambio generazionale colpisce fortissimo e l’Uruguay non riesce a rimanere in scia di Brasile e Argentina, che nel frattempo cominciano a imporsi a livello mondiale. Poi negli anni Ottanta arriva qualche gioia. La prima è il Mundialito, vinto con protagonista quel Victorino di cui, quando arriva a Cagliari, ci si chiederà se in Italia hanno spedito il fratello.

E ci vuole un re, anzi, un Principe per cambiare le cose. Enzo Francescoli è quanto di più vicino agli Scarone e agli Schiaffino che la Celeste riesca a produrre da trent’anni. Guiderà lui l’Uruguay a tre vittorie in Copa America (1983, 1987 e 1995), ma quella degli anni Novanta è l’unica luce in un periodo nero. La Celeste è assente ai mondiali del 1994 e del 1998, nel 2002 esce al primo turno e nel 2006 manca di nuovo la qualificazione, nonostante talenti come El Chino Recoba.

Il Rinascimento della Celeste

Serve qualcuno che torni a insegnare calcio e nessuno può farlo meglio di Oscar Tabarez. Il Maestro passa dalla scuola al pallone con la stessa facilità e, dopo una prima esperienza a Italia ’90, prende di nuovo le redini della nazionale. Che nel frattempo ha trovato una generazione magica. La garra e il talento tornano a convivere, con Godin e Forlan, Suarez e Cavani.

L'esultanza di Cavani e Suarez!

È il rinascimento Celeste, che si sublima in un mondiale 2010 storico. L’Uruguay perde in semifinale da sfavorita per le scommesse calcio contro l’Olanda, ma l’anno dopo vince la quindicesima Copa America, in casa dell’Argentina, superando l’Albiceleste per numero di competizioni continentali vinte.

E le nuove generazioni continuano a seguire la lezione delle generazioni passate e vincenti, sfornando talenti clamorosi per adattamento al calcio europeo (Bentancur) e garra (Valverde). Non male per chi conta appena tre milioni di abitanti. Ma nel paese più calcistico del mondo, tutto è possibile.

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*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Eugenio Savio e Leo Correa.

Sull'autore
Di
Ermanno Pansa

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

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