C'era una volta il Borussia Mönchengladbach dei miracoli. E, forse, oggi c'è ancora. I tifosi biancoverdi sognano ad occhi aperti: per chi c'era, ripensando alle gesta epiche degli anni '70; per i più giovani, l'emozione di vivere in prima persona, finalmente, i racconti tramandati dai padri, che parevano una leggenda circoscritta a un tempo irripetibile.

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Vedere la squadra lassù, in Bundesliga, riempie il cuore d'orgoglio dei 260mila abitanti della Renania Settentrionale-Vestfalia, quell'importante centro tessile a pochi passi dall'Olanda. Un tempo, a tremare dal calore del pubblico, erano gli spalti del vecchio Bökelbergstadion, ribollente casa dei "Fohlen", i "Puledri", fino al 2004.

Oggi, invece, sono i seggiolini del Borussia Park, forse il più avveniristico degli stadi in Germania, situato all'interno del Parco Nord di Mönchengladbach, nel mezzo di un'area di 209.072 metri quadrati totalmente dedicata allo sport che comprende, oltre a numerosi campi di allenamento, anche una stazione dei treni, il Warsteiner HockeyPark, uno degli stadi di hockey su prato più belli al mondo. E' cambiato il mondo o, forse, tutto sta ritornando.

L'eliminazione a sorpresa per le scommesse calcio dal girone della Roma di Europa League non può cancellare l'ottima stagione fin qui disputata dai ragazzi di Marco Rose: Pléa, Marcus Thuram, Stindl, là davanti c'è da stropicciarsi gli occhi, per non parlare della retroguardia, sempre attenta in campionato. Sognare ad occhi aperti non costa nulla.

Una decade di titoli - E, per farlo, bisogna salire sulla macchina del tempo e tornare a quei magnifici anni '70, in cui Allan Simonsen e Jupp Heynckes segnavano a raffica, ispirati da Günter Netzer - l'anti-Cruyff nemico di tutti: del collega rifinitore del Colonia Wolfgang Overath e del gruppo Bayern Monaco, rivale in campionato e che, il capobranco Franz Beckenbauer arrivò a mettere ai margini della nazionale tedesca. Erano i tempi delle zazzere lucenti, dei basettoni e dei giocatori bandiera, quelli che non si sarebbero mai sognati di cambiare squadra di appartenenza, figuriamoci al Borussia Mönchengladbach. Come il rude ma estremamente efficace difensore Berti Vogts.

I biancoverdi erano guidati da Hannes Weisweiler, meticoloso e innovativo tecnico classe 1919 che raccolse la squadra nel 1964 in Regionalliga Ovest (la seconda serie prima della costituzione del massimo campionato tedesco) e la condusse in "Bundes" con un calcio frizzante, ricco di gol (i biancoverdi detengono ancora oggi la miglior vittoria in Bundesliga: un 12-0 contro il Borussia Dortmund nel 24 aprile 1978) e che tanto assomigliava a quello che la vicina Olanda, avrebbe proposto di lì a poco con la nazionale di Cruyff.

Il problema, inizialmente, era la difesa: il 'Gladbach, infatti, subiva troppi gol. Tuttavia, una volta sistemato questo aspetto (con la crescita di Vogts, per l'appunto), arrivarono 5 titoli tedeschi, dal '70 al '77, anno quest'ultimo in cui il guizzante puntero danese Simonsen alzò al cielo del Bökelbergstadion il Pallone d'Oro. Coi Puledri, 76 reti in 178 partite, prima di passare nel 1979 al Barcellona, club che lasciò tre anni dopo con "l'avvento" di Diego Maradona.

Qui nasce un'altra storia: si fece cedere al Charlton Athletic, nella Second Division Inglese, per la quale Simonsen era un autentico lusso. Tanto che gli Addicks si resero ben presto conto di non potergli pagare l'ingaggio. L'attaccante dal gol facile e dal piede raffinato, tornò nel suo club natale, il Vejle, prima di spendersi da commissario tecnico per le difficili cause di Isole Fær Øer e Lussemburgo.

Le campagne europee - Non solo 5 campionati di Bundesliga: il 'Gladbach alzò al cielo anche una coppa domestica (la DFB Pokal) nel 1973, che brilla in bacheca insieme a quelle datate 1961 e 1995. E alla Supercoppa di Germania, datata 1977. In Europa, poi, due Coppe Uefa: una nel 1975 contro gli olandesi (Germania-Olanda era un vero classico del calcio nel decennio dei pantaloni "a zampa") del Twente, 0-0 e 5-1 nel doppio confronto di andata e ritorno. L'altra, nel 1979, contro la Stella Rossa di Belgrado (1-1 e 1-0), che risultò il canto del cigno di quella squadra fantastica, tornata poi a una dimensione provinciale e alle faticose battaglie per non retrocedere. 

E in Coppa Campioni? La fortuna non assistette mai i Puledri, in questa competizione, dalla "partita della lattina" del 20 ottobre 1971, in cui il 'Gladbach avrebbe battuto 7-1 l'Inter con la gara che, però, venne annullata per l'oggetto (identificato da Mazzola da una lattina di Coca-Cola, che all'arbitro, tuttavia consegnò un fac-simile) che colpì Boninsegna dagli spalti del Bökelbergstadion. All'incubo Liverpool: gli inglesi, dopo aver prevalso sui biancoverdi nella finale di Coppa Uefa, li batterono 3-1 anche nella Coppa delle grandi orecchie nella finalissima di Roma del '77.  
 
*L'immagine di apertura dell'articolo è di AP Photo.

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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