Nella stagione 1987-’88, l’Atalanta di Emiliano Mondonico si è resa protagonista di un’impresa che è rimasta nella storia del calcio europeo: disputando la Serie B, infatti, si spinse fino alle semifinali di Coppa delle Coppe, la competizione che, fino al 1999, l’Uefa riservava alle formazioni vincitrici delle rispettive coppe nazionali.

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L’Atalanta vi si era qualificata come finalista della Coppa Italia 1986-’87, persa contro il Napoli di Maradona che però, in quanto vincitore dello scudetto, andò a disputare la Coppa dei Campioni, lasciando ai bergamaschi il posto in Coppa delle Coppe, adesso ricompresa nella Europa League

Il cammino europeo dell’Atalanta, in un’annata conclusasi con un quarto posto tra i cadetti e la promozione in Serie A acciuffata per un punto, fu tanto sorprendente quanto esaltante: all’eliminazione, con qualche patema di troppo, dei gallesi del Merthyr Tydfil al primo turno, fece seguito quella ai danni dei greci dell’Ofi Creta negli ottavi di finale.

Il vero e proprio capolavoro dei nerazzurri, però, si compì ai quarti: il sorteggio, infatti, riservò il temibile Sporting Lisbona alla squadra di Mondonico che conquistò le semifinali grazie alla splendida vittoria per 2-0 in casa e al pareggio 1-1 in Portogallo. Il cammino europeo dei cadetti nerazzurri si concluse al termine di una doppia e sfortunata semifinale contro i belgi del Malines, che vinsero poi il trofeo a Strasburgo, ma quel risultato rimane tutt’ora il punto più alto raggiunto in una competizione Uefa da una formazione militante in un campionato di seconda divisione.


Abbiamo parlato, in esclusiva per 888sport.it, di quell’incredibile avventura con uno dei protagonisti principali, Eligio Nicolini, centrocampista di quell’Atalanta e autore del gol del vantaggio all’andata contro lo Sporting. Con lui abbiamo ricordato quella grande impresa, mettendola in parallelo con quella che sta portando avanti quest’anno l’Atalanta di Gasperini in Champions League.

Che ricordo hai di quella straordinaria cavalcata in Coppa delle Coppe?
“Fu davvero inaspettata. A inizio stagione, pensavamo di poter fare un buon campionato in Serie B, ma sicuramente non di andare così avanti nelle coppe europee. Per noi è stata davvero una piacevole sorpresa, ma con il passare del tempo e i turni superati, è cresciuta sempre più in noi l’ambizione di poter arrivare fino in fondo”.

Il doppio impegno, per voi e per l’Atalanta di oggi, può diventare un problema da gestire o, addirittura, un impiccio per gli obiettivi da conseguire in campionato?
“Per noi non è stata una scocciatura, ma sicuramente un problema: la nostra rosa era composta da sedici giocatori, quindi cinque o sei di noi dovevano giocare sempre, sia in campionato che in Europa. Oggi, con venticinque o addirittura trenta uomini a disposizione dell’allenatore, è più facile gestire due o anche tre fronti. 

Quale partita di quella Coppa delle Coppe ricordi con più piacere?
“Sicuramente la sfida di ritorno dei quarti a Lisbona perché ci ha convinto che avremmo potuto arrivare fino in fondo. Di fatto quella con il Malines era la finale anticipata: i belgi, infatti, hanno poi trovato l’Ajax che non era la squadra vincente che sarebbe diventata negli anni ‘90. Gli olandesi erano una banda di ragazzi che avrebbe fatto molta fatica a imporsi contro di noi o contro il Malines, come poi è stato”.

La doppia sfida con il Malines fu maledetta. A distanza di anni, è più la gioia per essere arrivati fino a lì o il rammarico per una finale sfumata?
“Prevale il dispiacere. Nel doppio confronto siamo stati sfortunati: all’andata in Belgio abbiamo perso 2-1, ma avremmo potuto tranquillamente pareggiare, mentre al ritorno ci è stato negato un rigore sacrosanto sull’1-1. Poi il Malines ha trovato un gol che capita una volta nella vita, con il difensore Graeme Rutjes che ha infilato il pallone sotto l’incrocio, calciando di sinistro al volo dal limite dell’area”.

Eravate una bella squadra e con voi c’era un fuoriclasse, Strömberg. Che effetto faceva avere un giocatore del genere in Serie B?
“Glenn aveva già esperienza internazionale, avendo vinto la Coppa Uefa con il Göteborg nel 1982 ed era un giocatore affermato a livello europeo che poteva darci qualcosa in più. Ma c’erano molti altri giocatori importanti, come Fortunato, Garlini, Cantarutti e Ivano Bonetti: la nostra squadra era un mix di esperienza e di talento, con l’entusiasmo di un gruppo di ragazzi che volevano arrivare in alto”.

Facendo un parallelo, vedi delle similitudini tra la vostra Atalanta e quella di oggi, che sta facendo grandi cose in Champions League?
“La similitudine si può vedere nella sorpresa, nell’entusiasmo, nella fame e nella voglia di arrivare a ottenere risultati importanti. Penso che, sotto l’aspetto puramente tecnico, la nostra squadra aveva giocatori di qualità migliore. Nell’Atalanta di Gasperini, solamente Gomez e Ilicic sono a livello superiore: se quei due dovessero giocare sempre com’è nelle loro possibilità, tutte le avversarie avrebbero problemi contro i nerazzurri.

Se, però, loro scendono con la qualità e non riescono a esprimersi al meglio, anche l’Atalanta fa fatica”.

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Un altro parallelo: Mondonico giocava un calcio più speculativo, Gasperini è più spettacolare. Concordi?
“Erano altri tempi. All’epoca, Mondonico era uno dei più bravi a leggere le situazioni in campo, come fa Gasperini quest’anno. Sono molto simili anche nel modo di far proporre il gioco alla propria squadra e a cambiare le partite con i cambi dalla panchina. Ma quello era un calcio molto diverso”.

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*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

Sull'autore
Di
Emanuele Giulianelli

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.

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