Sarebbe dovuto servire a rendere il calcio più equilibrato, alla luce dei fatti ha aumentato ancor più il divario tra grandi e piccoli club. Il Fair Play Finanziario finora è stato utile per risollevare le sorti del calcio europeo e a evitare il naufragio dei piccoli club, ma non ha in alcun modo reso più equilibrato il movimento calcistico continentale.

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Dal 2011 a oggi soltanto Manchester City e PSG hanno avuto modo di fare il loro ingresso nell’aristocrazia del calcio europeo, grazie al contributo dei proprietari arabi e qatarioti: entrambe sono non a caso favorite per le scommesse calcio relative alla Champions 2020!

La disciplina del FPF aveva istituito obblighi carattere economico-finanziari come il il pareggio di bilancio (break even), il deposito del bilancio relativo all’ultimo anno precedente la data di presentazione della domanda di rilascio della licenza UEFA, sottoposto a revisione da parte di una società di revisione contabile, l’assenza di debiti scaduti relativi al trasferimento di calciatori, la regolarità nel pagamento degli emolumenti ai dipendenti con relativi versamenti di ritenute e contributi.

I principi del FPF - L’architrave per Fair Play Finanziario è quella relativa al pareggio di bilancio, da intendersi come differenza tra ricavi rilevanti (relevant income) e costi rilevanti (relevant expenses). Tuttavia, nel corso degli anni, i club hanno talvolta aggirato il FPF grazie ad alcuni escamotage come i finti prestiti utilizzati per mascherare l’acquisto di un calciatore, o gigantesche sponsorizzazioni atte a celare finanziamento indebito, oppure ai rapporti tra club riconducibili allo stesso proprietario.

Le tre riforme apportate dall’Uefa - l’ultima nel 2018 - hanno limitato questo tipo di iniziative, senza tuttavia portare efficaci benefici al mondo del calcio. Alla fine, il divario tra grandi e piccoli club è ulteriormente aumentato; se nelle ultime stagioni i ricavi medi dei club che partecipano ai campionati europei è aumentato del 57%, le società più blasonate hanno avuto modo di incentivare i propri ricavi sfondando il tetto dell’80%, e quindi allungando il passo grazie anche ai mercati orientali e asiatici che hanno garantito nuova linfa attraverso ricche sponsorizzazioni.

Il Fair Play Finanziario così applicato cristallizza le gerarchie di un calcio dove i club in difficoltà faticano a risalire la corrente. L’UEFA ha messo fine al modello della ricapitalizzazione, utile per rimpinguare le casse dei club che - in passato - erano arrivati a spendere più di quanto erano in grado di fatturare. In questo momento sono proprio questi club che faticano a riemergere, ancora vincolati dal giogo delle norme del FPF che limitano la ripartenza di queste società.

Il caso Milan - Il Milan, in tal senso - appare l’esempio più lampante: nonostante l’arrivo di una buona proprietà, il club rossonero sta faticando a risistemare i conti. Da qui, la necessità di costruire un nuovo stadio, indispensabile per accrescere il fatturato. Per affrontare un investimento del genere, sarebbero necessari ricavi certi come quelli che garantisce la partecipazione alla Champions League, ma per ottenere tale risultato sarebbe inderogabile il reale rafforzamento della squadra che passa per un calciomercato dispendioso e non di seconde scelte.

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Le regole - fin troppo rigide - frenano lo sviluppo di un nuovo piano industriale che avrà bisogno di tempo per essere portato a compimento.

Gli accorgimenti presi nel 2018 con l’ultima riforma non hanno ancora ridato slancio ai club sottoposti al regime di FPF; sono cambiati i parametri utilizzati per verificare la sussistenza del requisito del pareggio di bilancio e i parametri relativi al debito sostenibile: i club dovranno avere un debito rilevante non superiore a 30 milioni di euro e che non superi di 7 volte la media dei ricavi del club nei tre periodi monitorati al fine del rilascio della licenza.

Per quanto riguarda il debito sostenibile, i club non dovranno superare un deficit nel saldo acquisti-cessioni dei calciatori di oltre 100 milioni di euro al termine di ogni finestra di calciomercato all’interno della stagione per la quale si è richiesta la licenza.

La strada per dare equilibrio al calcio europeo appare tutta in salita. Nella fattispecie, i club italiani sono ancora lontani dalla programmazione di un piano industriale lungimirante, atto a sviluppare investimenti a medio-lungo termine. Gli investimenti per i settori giovanili e per le strutture sono scorporati, e non vengono considerati all’interno del calcolo preso in esame nel rispetto del break even rule.

Gli obiettivi delle società italiane sono improvvisati - principalmente a breve termine - e senza pianificazione la strada si fa ancor più in salita. In una recente intervista Michael Platini - ideatore del Fair Play Finanziario - è tornato a parlare della sua iniziativa. “Il principio ispiratore era imporre ai club di spendere soltanto in rapporto alle loro possibilità - ha sottolineato l’ex presidente dell’UEFA - il FPF doveva servire anche da stimolo per l’auto-sostenibilità, per la crescita delle strutture, dei settori giovanili.

Come e perché le cose siano cambiate va chiesto all’attuale Presidente Ceferin, non a me”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Rui Vieira (AP Photo).

Sull'autore
Di
simone pieretti

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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