Le trattative di calciomercato sono spesso complicate, ma ci sono club con cui arrivare a un accordo per avere un giocatore comporta davvero una fatica micidiale. Per esempio Adriano Galliani non ha dimenticato, 13 anni dopo, le energie spese per convincere Lotito – un mastino negli affari – a cedere al Milan nel gennaio 2007 Massimo Oddo.

Ancora oggi, l'ex ad rossonero racconta quei giorni come chi ha vissuto un trauma difficile da elaborare: l'accordo, dopo infiniti colloqui notturni, fu trovato sulla base di 7,750 milioni più il cartellino di Pasquale Foggia. Stesso discorso per i dirigenti dell'Inter che trattarono con il presidente della Lazio il trasferimento di Hernanes, giocatore cui Lotito era particolarmente legato.

Tutt'altro che morbidi anche i Pozzo, proprietari dell'Udinese. Ne sa qualcosa il Barcellona, costretto a una trattativa estenuante nel 2011 per Alexis Sanchez, all'epoca gioiello dell'Udinese. Ovviamente la vicenda si concluse esattamente alla condizioni dettate dai Pozzo: il cileno diventò del Barcellona in cambio di 26 milioni di euro più 11,5 di bonus, poi regolarmente incassati.

Era implacabile anche Squinzi, demiurgo del Sassuolo scomparso nell'ottobre 2019: finché la Lazio non si è convinta a dare quanto da lui chiesto per Acerbi, nell'estate 2018, il Sassuolo non ha mollato di un centimetro: 12 milioni e punto, nonostante il pressing dello stesso difensore per la cessione.

I numeri dell'Atalanta - Ma in Italia la bottega più cara è forse l'Atalanta dei Percassi. Scoprono giocatori, li valorizzano - a volte prestandoli in società che danno spazio ai loro talenti, come Kulusevski nel Parma - e poi li vendono a cifre che spesso stupiscono gli stessi operatori di mercato. Solo per restare ai casi più recenti, nel gennaio 2017 il mediano Gagliardini passò all'Inter, dopo 6 mesi giocati a calcio a buoni livelli a Bergamo, per 25 milioni più 2.5 di bonus: un'esagerazione per quanto mostrato fino a quel momento.

Come sembrano francamente troppi i 40 subito investiti dalla Juve per soffiare alla concorrenza lo stesso Kulusevski, jolly offensivo rivelazione della prima parte del campionato.

Ma con l'Atalanta è così, prendere o lasciare. E di solito, gli acquirenti prendono. Lo ha fatto il Milan nel 2017 con Kessié, pagato esattamente quanto preteso, cioè 28 milioni. Basta una sola stagione da urlo per far lievitare il prezzo: una volta stabilito, però, i Percassi tengono duro finché l'acquirente non molla. È successo anche con la Roma per Cristante, buon giocatore pagato circa 30 milioni (5 per il prestito oneroso, 15 per l'obbligo di riscatto, 10 di bonus piuttosto agevoli).

La Juve sborsò al volo 15 milioni di euro per “scommettere” sul giovane difensore Caldara, poi rivenduto al Milan addirittura per 35. Lo stesso Milan di milioni ne ha spesi 28 per il terzino Andrea Conti, subito tormentato dagli infortuni (come peraltro Caldara): 24 cash più il cartellino di Pessina.

E Gianluca Mancini? La Roma ha versato 2 milioni subito per il prestito, ne serviranno 19 per l'acquisto definitivo (già concordato) e 5 di bonus: altri 26 milioni per un difensore che Gasperini ha lasciato andare senza eccessivi rimpianti. Stesso discorso per l'attaccante Barrow, che era scomparso dai radar da un po' di tempo: su di lui ha scommesso il Bologna di Mihajlovic. Trattativa lunga anche in questo caso, e anche in questo caso Percassi ha ottenuto quanto richiesto: quasi 20 milioni, bonus facili compresi.

Levy: meglio accontentarlo - Fama simile, di bottega cara, hanno pure alcuni club stranieri. Tremendamente complicato, per esempio, trattare con Daniel Levy, temutissimo presidente del Tottenham. Si è scontrato con lui Beppe Marotta, che sperava nello sconto per portare a gennaio Eriksen all'Inter. Visto che il danese, in scadenza a giugno, aveva già firmato per i nerazzurri per la prossima stagione, il dirigente ex Juve era convinto di chiudere l'affare con una decina di milioni o magari qualche scambio di giocatori.

Invece Levy di milioni ne ha chiesti subito 20 e non ha ceduto Eriksen, utilizzato fino all'ultimo da Mourinho, finché non ha ottenuto proprio quella somma. Fece lo stesso per Modric nel 2012: nonostante il croato avesse già scelto di andare al Real Madrid e si fosse impuntato per realizzare il suo sogno (con annesse liti e polemiche), il Tottenham ha dato l'ok solo quando ha ricevuto l'assegno preteso, da 42 milioni di euro.

Non parlate a De Laurentiis di Jean-Michel Aulas, presidente del Lione dal 1987. Anche lui è un tipo da “prendere o lasciare”. Nel 2016 il Napoli era convinto di avercela fatta a portare il corteggiatissimo Tolisso in azzurro, la proposta da 20 milioni sembrava sufficiente, invece non ci fu nulla da fare: Aulas tenne duro per mesi e il mediano restò a Lione, per la delusione del giocatore e dei tifosi napoletani.

D'altronde De Laurentiis fece lo stesso nel gennaio 2019 con il Psg che voleva a tutti i costi Allan: ogni volta che la dirigenza parigina si decideva ad accettare la richiesta del Napoli, il presidente alzava il prezzo. O trovava qualche dettaglio che non lo convinceva. Finché i francesi non mollarono, per la disperazione del centrocampista brasiliano che aveva la valigia pronta.

Gioielleria dell'Alta Francia - In Francia, la gioielleria più cara è considerata quella del Lille, tra le più costose d'Europa. Basta analizzare l'ultimo mercato estivo: creando un'asta strategica tra Napoli e Arsenal, il Lille del presidente Gerard Lopez è riuscito a incassare qualcosa come 80 milioni dalla cessione dell'attaccante Pepé ai Gunners, acquisto più costoso nella storia del club londinese. Una cifra enorme per un giocatore che aveva - ha - ancora molto da dimostrare (e infatti per ora è un flop).

In tutto, le cessioni dell'estate 2019 hanno fruttato al Lille ben 143 milioni. Compresi i circa 28 pagati dal Milan per Leao, talento che ancora non riesce a esplodere in rossonero. E il Lione ne ha dovuti sborsare 22 per il mediano Thiago Mendes. Prendere o lasciare, la regola è quella. Sono gioiellerie di calcio di successo, e allora il cliente paga. Spesso senza neanche guardare il prezzo.

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

Sull'autore
Di
Giulio

Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

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