Il primo ad accorgersi del suo talento fu Mircea Lucescu. Il tecnico rumeno l'aveva già adocchiato nelle giovanili delle Rondinelle anche se, all'epoca suo esordio in Serie A, datato 21 maggio 1995, all'età di 16 anni e 3 giorni, fu gettato nella mischia da Adelio Moro, fedele secondo - in Italia - di Lucescu (esonerato), in un Reggiana-Brescia 2-0 di fine stagione con entrambe le squadre già certe della retrocessione in Serie B. Andrea Pirlo si palesò nel calcio italiano al 79' di quel giorno, subentrando a Marco Schenardi. E' l'alba, anzi, l'aurora della straordinaria carriera del "Maestro".

Dopo quella comparsata e la discesa in cadetteria, Pirlo trascorse tutta la stagione successiva nella Primavera, prima di tornare (e in pianta stabile) in quella prima squadra che vinse il campionato di Serie B nel 1996-97 con Edy Reja in panchina: 17 presenze in campionato e 2 reti, le prime della sua carriera. Una, nella sconfitta per 3-2 di Palermo e l'altra, di testa sul cross mancino di Rosario Pergolizzi, nel 3-1 al Venezia di fine stagione con festa per il primo posto e invasione di campo tra i tifosi bresciani al settimo cielo.

Il suo talento sbocciato nella stagione successiva, condita da 4 segnature, non fu sufficiente - per un solo punto - a salvare il Brescia dall'immediata retrocessione dai cadetti, al termine di una stagione combattuta ma difficoltosa, in cui in panchina si avvicendarono i vari Giuseppe Materazzi, Paolo Ferrario ed Egidio Salvi con Adriano Bacconi. Ma il biglietto da visita era ormai compilato in tutti i suoi spazi: un campione era appena nato.

Solo che il Pirlo di inizio carriera era la mezzapunta ideale (il termine "trequartista" non era ancora contemplato), l'erede designato di Roberto Baggio. Era opinione comune pensarla così, ai tempi. Anche quando l'Inter lo acquistò nell'estate 1998: incredibilmente è proprio qui che Andrea rincontrò Mircea Lucescu nel più che discusso avvicendamento con Gigi Simoni. Diciotto presenze, la maggior parte delle quali dalla panchina e la sensazione che servisse ancora un paio d'anni in provincia, per completare l'opera.

Nell'ordine, l'esperienza alla Reggina gli fa ritrovare il "gemello" Roberto Baronio (in prestito dalla Lazio) e con un altro ex nerazzurro, bomber Mohamed Kallon, fa sognare gli amaranto dello stretto, con sei gol realizzati e una Reggina presa per mano e trascinata al dodicesimo posto. Tornato all'Inter, si ritrova in mezzo alla burrasca che travolge Marcello Lippi e, a stagione inoltrata, dopo 4 presenze, torna in prestito al Brescia. Quella, però, si trattò di una scelta decisamente miope da parte del club nerazzurro, come del resto si era abituati, in una Serie A in cui i miliardi di lire a cascata, annebbiavano completamente gli sguardi al futuro.

LA SECONDA VITA CALCISTICA

Brescia che, nel frattempo, aveva messo sotto contratto un certo Roberto Baggio. "Come fare a farli coesistere?" Si chiese mister Carlo Mazzone. "Semplice, disegno un centrocampo a rombo e sposto Andrea Pirlo davanti alla difesa". Fu l'uovo di Colombo: Pirlo è il metronomo del centrocampo e Roberto Baggio, con le maglie delle Rondinelle, vive una seconda giovinezza, libero di agire alle spalle dell'attacco. Risultato: il Brescia arriva a qualificarsi per l'Intertoto. In estate, la qualificazione alla Coppa Uefa sfuma solo in finale con un doppio pareggio contro Il Paris Saint-Germain. Che non era certo quello degli sceicchi di oggi, ma aveva comunque il suo bel blasone.

L'Inter, nel frattempo, fu ancora più miope nel cederlo ai rivali cittadini del Milan nell'estate 2001 per 35 miliardi di lire. In rossonero, Pirlo resterà dieci anni. E' proprio da qui che nacque la parabola del Maestro, il quale s'inventò, nel tempo "La Maledetta", calcio di punizione con palla che - colpita sulla "valvola" - prende un effetto tale in modo da ingannare il portiere e scendere repentinamente sotto la traversa; oppure il perfezionamento del "no look", passaggio di prima girando la testa dalla parte opposta alla traiettoria (caratterizzante lo stile di Ronaldinho), che nel 2006 ci fece vincere un Mondiale con l'assist a Fabio Grosso nella semifinale con la Germania.  

Un palmarès pazzesco: oltre alla Coppa del Mondo, anche un Europeo Under 21 (nel 2000) con l'Italia, tra i tanti trofei alzati, anche due Champions League (entrambe col Milan) e sei campionati, quattro dei quali con la Juventus, in cui il "Maestro" arriva nel 2011, considerato prematuramente "bollito" da Adriano Galliani. Qui "fa pace" con Massimiliano Allegri e fa innamorare anche il tifo bianconero, prima di andare a insegnare calcio al di là dell'Oceano, in MLS, nel New York City. Oggi, il Maestro è pronto alla carriera da allenatore. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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