Un nome inglese, uno spirito che più basco non si può. L’Athletic Club, nato a Bilbao nel lontano 1898, è certamente una delle società calcistiche più particolari del panorama europeo. Una storia, quella dei biancorossi, che parla di identità e di una strenua lotta per mantenerla, di vittorie e di sconfitte. Il tutto in nome dei Paesi Baschi, di cui Bilbao è la città più popolosa.

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Tanto è grande l’identità basca che il club ha una politica societaria tra le più restrittive al mondo. Il tesseramento è permesso solo a calciatori che siano baschi o di origini basche (indipendentemente che si parli di Paesi Baschi spagnoli o francesi).

Il referendum

Nel corso dei decenni si è posto un quesito: è giusto continuare con questa politica? I tifosi si sono espressi al riguardo con un referendum nel 2010, giusto una decina di anni fa. E il risultato non poteva essere più chiaro: il 93% ha confermato la volontà di continuare a schierare solo calciatori “fatti in casa”. Per quello che riguarda gli “oriundi”, un 57% dei supporter ha accettato che vengano tesserati, a patto però che la discendenza non sia troppo lontana.

A volte, infatti, dei nonni baschi non bastano. È il caso di Gonzalo Higuain, che è stato accostato all’Athletic Club nelle ultime settimane, salvo ricevere un secco no proprio dai rappresentanti della squadra biancorossa. Il suo acquisto non sarebbe in linea con i parametri della società, perché non è nato nei Paesi Baschi e non si è formato in un club locale.

A differenza di un altro sudamericano celebre da quelle parti, Fernando Amorebieta. Pur essendo nato in Venezuela e nonostante abbia rappresentato la Vinotinto a livello internazionale, il difensore è tornato nei Paesi Baschi, terra d’origine di suo padre, ed è cresciuto calcisticamente nel Collegio San Miguel de Yurreta, guadagnandosi così la chiamata dell’Athletic Club. L’unica eccezione alla regola è per gli allenatori. Spesso e volentieri, i grandi condottieri biancorossi sono stati degli stranieri.

E altrettanto spesso, si sono innamorati della città e del club, come nel caso dell’argentino Marcelo Bielsa.

Dunque, non tutti possono diventare Leones e giocare nella Catedral. Altri due punti che sottolineano il legame storico e culturale dell’Athletic Club con la città di Bilbao e con i Paesi Baschi. Il leggendario stadio del club, da poco ricostruito a pochi passi dalla sua incarnazione precedente, prende il nome dalla chiesa di San Mamés (Mamete di Cesarea), martire cristiano che ha trovato la morte sbranato proprio dai leoni.

E siccome per molti anni dopo la costruzione dell’impianto la città non ha avuto una vera e propria cattedrale, gli abitanti hanno sempre considerato lo stadio del loro Athletic come la vera chiesa principale di Bilbao: il San Mamés ospiterà le tre gare del girone della Spagna ad EURO 2020!

Valore aggiunto o problema?

Nel calcio attuale viene da pensare che la politica bascofila dell’Athletic possa rappresentare più una criticità che un punto di forza. Del resto, la globalizzazione ha trascinato anche il pallone in una nuova era e non è più semplice trovare calciatori di valore nel vivaio locale. Ciò nonostante, sia l’Athletic che la Real Sociedad (che però tessera anche spagnoli non baschi e stranieri) continuano a produrre calciatori di qualità.

E la storia dei biancorossi, colori scelti in onore del Sunderland, racconta che ci sono stati molti momenti in cui l’orgoglio basco ha saputo avere la meglio sui grandi club della Castiglia e della Catalogna. Una storia che parte, anzi, arriva, dalle navi inglesi che si fermano nel porto cittadino. Assieme ai marinai, arriva il gioco del calcio e a due anni dall’inizio del Novecento nasce l’Athletic Club, che si può ben configurare come la prima super potenza del calcio spagnolo. 

Quando nel 1928 nasce la Liga, l’Athletic è, infatti, subito tra i grandi protagonisti del neonato campionato, dopo aver a lungo dominato le competizioni locali basche e, soprattutto, la Coppa di Spagna, sollevata nove volte tra il 1901, anno di nascita del torneo, e, appunto, il 1928.

Gli anni che vanno dall’esordio in Liga alla guerra civile spagnola sono decisamente fruttuosi: quattro titoli di campioni di Spagna, due secondi posti e altre quattro Coppe del Re (anzi, della Repubblica) in bacheca, tutte consecutive. Il campionato riprende nel 1938 e tre anni dopo l’Athletic perde il suo nome, modificato in Atlético de Bilbao visto il divieto di usare termini stranieri.

Non che questo impedisca ai biancorossi di continuare a vincere. Fino al 1960 arrivano altre sette coppe nazionali (che ora si chiamano Copa del Generalissimo) e altri due campionati, con quello 1955/56 vinto davanti al Real Madrid pigliatutto di Alfredo Di Stefano.

Da quel momento in poi, la crescita esponenziale e mondiale del calcio ha creato qualche problema all’Athletic, che nel frattempo è tornato a chiamarsi con il suo nome alla fine della dittatura. Negli ultimi sessant’anni la bacheca è stata riempita sporadicamente, anche se ci sono state eccezioni importanti.

Negli anni Ottanta, mentre il Barcellona schiera Maradona e Schuster e il Real ha Camacho, Sanchis e un giovane Butragueño, i Leones vincono due campionati consecutivi (1982/83 e 1983/84) e nella seconda stagione ottengono il double per quella che è la ventitreesima e finora ultima Coppa di Spagna del club, che è secondo dietro solo al Barcellona (30) per vittorie nella competizione.

Sempre, ovviamente, in attesa di vedere, anche per i pronostici scommesse come finirà, dopo aver eliminato il Barcellona ai quarti con una rete di Inaki Williams in pieno recupero, il derby contro la Real Sociedad, nell’edizione 2019/20. Un match talmente importante per tutta la comunità basca che i due club hanno deciso di rinunciare al posto nelle coppe offerto dalla vittoria pur di rimandarlo a quando si potrà giocare con le tifoserie sugli spalti.

Insomma, nonostante la modernità faccia (involontariamente) di tutto per distruggere le tradizioni che rendono l’Athletic Club un club leggendario, dalle parti del San Mamés, ristrutturato con successo nel 2013, si continua a combattere in nome dell’orgoglio basco.

Un marchio distintivo, che ha portato anche alla nazionale spagnola (che pure rappresenta il potere centrale, poco apprezzato come dimostrano i fischi all’inno nazionale quando si gioca la finale di Copa del Rey) campioni del mondo e d’Europa come Javi Martinez o Llorente, o icone del calcio iberico come Rafael “Pichichi” Moreno Aranzadi, a cui è dedicato il titolo capocannonieri della Liga, Telmo Zarra, per sei volte massimo goleador del campionato, Julen Guerrero o Joseba Exteberria.

Tutte dimostrazioni che nel calcio vincere conta, ma fino a un certo punto. E che in un minuscolo angolo di mondo, affacciato sul golfo di Biscaglia, c’è ancora modo di vedere le cose in maniera diversa…

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Alvaro Barrientos (AP Photo).

Sull'autore
Di
Ermanno Pansa

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

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