L’hombre del partido é uscito dal campo. Ha regalato agli italiani l’estate più bella, dopo anni di piombo, austerity e lotte di classe. Ne aveva, di classe, Paolo Rossi, ma il suo maggior pregio era quello di trovarsi al posto giusto nel momento giusto: quel posto era la Spagna, e quel momento era l’estate del 1982.

Quattro anni prima era stato aggregato alla Nazionale quasi all’ultimo istante con Antonio Cabrini, per la coppa del Mondo in Argentina. L’idea del ct Enzo Bearzot non era quella di schierarlo come titolare, ma lui si prese il posto allargando i suoi gomiti appuntiti; era l’Italia delle contrapposizioni, con Torino epicentro della lotta; padroni e operai, Juve e Toro, Bettega o Graziani?

L'amichevole con la Primavera della Juve

Ma torniamo a quel 1982. E torniamo a Vigo, dove l’Italia è in ritiro: Paolo Rossi non segna neanche con le mani, è reduce da due anni di squalifica e poche partite nelle gambe. Non funziona nulla, niente va come dovrebbe andare. L’Italia pareggia con il Perù, con la Polonia e con il Camerun: Rossi non segna mai. Ma neanche si avvicina lontanamente a un’azione da gol. Ma Rossi è l’attaccante che Bearzot ha scelto, che ha protetto, che ha convocato quando tutti chiedevano altro. Lo ha osservato attentamente durante una partita della Primavera della Juventus, che la giovane squadra bianconera gioca su un campo adiacente a dove si allena la Nazionale Maggiore.

 

Rossi ha la ruggine nelle ossa e i fianchi da matrona. Il ct si avvicina al centravanti, e con lui scambia poche parole: “Io ti aspetto”. L’esilio di Paolo Rossi era iniziato il 23 marzo del 1980, tirato dentro al Calcio scommesse semplicemente per essere un grande nome, il pesce grande dentro a una rete di piccoli pesci. Rossi non combina partite, ma basta un incontro di tre minuti in un hotel alla periferia di Avellino per far scattare la gogna mediatica.

La Juventus lo aveva acquistato poco più che adolescente, il fiuto di Italo Allodi aveva individuato un’ala molto promettente alla Cattolica Virtus di Prato. Il cartellino costa sedici milioni, non pochi per un ragazzino che gioca sull’esterno e che non ha un fisico particolarmente prestante. Il talento c’è, ma le ginocchia non sempre lo sostengono: due interventi al menisco nel giro due stagioni, minacciano la sua carriera, rendendola in ogni modo complicata.

La Juventus lo cede in prestito a Como, il ragazzino fatica a emergere. Il trasferimento dell’anno successivo a Vicenza è decisivo: Paolo Rossi trova GB Fabbri che aveva chiesto al suo presidente Giussy Farina un centravanti, e si ritrova un’ala. Ma Pablito si adatta, segna e sogna. Trascina il Lanerossi Vicenza nei quartieri alti della classifica, è un attaccante moderno, rapido, efficace: all’interno dell’area di rigore sa fare gol in qualsiasi modo, tanto da guadagnarsi la convocazione per i Mondiali del 1978.

Mister 5 miliardi

In Argentina Rossi fa coppia con Bettega, ed è una delle Nazionali più belle della storia che chiude al quarto posto in un mondiale sudamericano pieno di insidie. Quando torna, il Vicenza - che lo ha acquistato in comproprietà, riscatta l’altra metà del cartellino per una cifra fuori portata: due miliardi e seicento dodici milioni di lire. Rossi diventa Mister 5 miliardi, la Juventus è beffata, ma il Vicenza retrocede, e Rossi è costretto a fare le valigie.

Va a Perugia, la squadra di Castagner ha chiuso il campionato precedente al secondo posto, senza mai perdere. E’ la stagione 1979-80, quella dei taxi sulla pista dello stadio Olimpico, dei tribunali, della procura federale. Il fatto non sussiste, tutti assolti. Ma intanto è arrivata la squalifica di tre anni, poi ridotta a 24 mesi nella sentenza di appello.

E qui torniamo in Spagna, incastrati nelle alture di Vigo dove l’Italia disputa il girone di qualificazione. Tre pareggi, mille polemiche, il silenzio stampa. E Rossi che non segna mai. Neanche con le mani. Arriva l’Argentina, e Rossi è ancora lì. Anche perché il ct Bearzot ha lasciato a casa il capocannoniere del campionato pur di recuperare il suo centravanti eletto, lasciandogli tutto il tempo necessario per riavviare il motore. E il motore si accende quasi di colpo, in un torrido pomeriggio di luglio.

La tripletta al Brasile

C’è il Brasile, e nel ritiro azzurro le valigie sono già pronte; ai sudamericani basta un pareggio per accedere alla semifinale, l’Italia deve solo vincere. Il Sarria di Barcellona è un’arena ricolma di samba e di colori. La torcida brasiliana fa festa, ma non ha fatto i conti con Pablito.

“Attaccali alle spalle, vai dalla parte di Junior”. Enzo Bearzot dice poche parole al suo centravanti, ma sono quelle decisive. Cross di Cabrini, testa di Rossi. Gol! Uno a zero. Zico e Socrates scambiano la palla con una leggerezza irreale, la giocata è sublime, ed è uno a uno. Ma Pablito é ancora lì. Cerezo sbaglia la misura di un passaggio verso Junior, e il nostro eroe è ancora lì: destro dal limite in diagonale, ed é due a uno. L’Italia ci crede, ma non può essere vero. E quando il sogno sta per concretizzarsi, svanisce in un istante: tiro di Falcao, deviazione di Bergomi, e palla in rete. Due a due. E’ finita.

 

Abbiamo sognato, è stato bello. Ma Pablito non ci sta. Ha atteso questo momento per tre anni, ed è lì, aspettando il treno dei desideri che all’incontrario va. Azzurro! E’ il colore della vittoria. Azzurro! E’ l’urlo che accomuna 56 milioni di italiani che sono lì, davanti al televisore alle 18.29 del 5 luglio 1982 quando il portiere brasiliano Waldir Perez, é battuto per la terza volta.

Angolo di Conti, respinta di Oscar, tiro sbilenco di Tardelli dal limite. E lui è lì, perché ha un appuntamento con la storia. Tre a due, per quella che per le scommesse calcio sarebbe stata una quota singola sopra 10. L’Italia fa festa, si abbraccia, si sorprende di trovare nelle piazze e nelle strade di quell’insolita estate quell’unità nazionale che che il tempo aveva dissolto.

Rossi scrive la storia in bella calligrafia: doppietta contro la Polonia e gol del vantaggio nella finale contro la Germania. La storia diventa leggenda un istante dopo che l’arbitro brasiliano Coehlo alza al cielo di Madrid il Tango che Cabrini ha maltrattato in occasione del rigore.

Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Mano sul cuore: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. Con le lacrime agli occhi, e la malinconia nell’anima. Adios Pablito, hombre del partido.

*L'immagine dell'articolo è distribuita da AP Photo.

Sull'autore
Di
simone pieretti

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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