Giacomo Bulgarelli è calciatore di un’altra epoca e di un altro calcio ma non solo per una questione anagrafica. Bulgarelli reincarna a tutti gli effetti il prototipo del “calciatore di una volta”, senza buonismi o retorica di sottofondo. 

Sono diverse le tesi che ci aiutano oggi a incorniciare il personaggio Bulgarelli in questa maniera, vediamole insieme. 

Il talento di Bulgarelli è stato scoperto praticamente per strada

Niente Wyscout o Mediacoach. Nessuna tecnologia di questo genere o playlist con best skills che si voglia. 

Bulgarelli nasce a Portonovo di Medicina il 24 ottobre del 1940, praticamente alle porte di Bologna, città che raggiungerà poco dopo, perché tutta la famiglia decide di “emigrare” per seguire da vicino le sorelle che intanto hanno trovato lavoro nel capoluogo emiliano.  
Inizia la nuova vita in zona Mazzini e la scelta del quartiere si rivelerà proprio una sliding doors della carriera di Bulgarelli. 

Dalle finestre dei palazzi di una via in zona Mazzini appunto, lo nota il responsabile del settore giovanile del Bologna Stefano Miche (ungherese tra le cose) che a sua volta lo segnala al capo allenatore delle giovanili del club rossoblù Giulio Lelovich (si chiamerebbe “Guyla” ma fu ribattezzato Giulio in Italia). 

Nel 1953 arriva il provino giocato (si narra) usando solo il suo piede preferito, il destro. Al di là della leggenda agli osservatori colpisce il suo modo di giocare a testa alta, atteggiamento non sempre usuale per un giovanissimo aspirante calciatore. 
L’esordio in prima squadra arriverà nella primavera del 1959, a 19 anni, con Federico Allasio in panchina (l’allenatore che precedette il glorioso ciclo di Fulvio Bernardini per intenderci). 

Bulgarelli appartiene alla classe delle bandiere del calcio italiano 

Dal giorno del debutto, il 19 aprile del 1959 nella vittoria per 1 a 0 contro il Vicenza, fino al giorno dell’addio al calcio, il 4 maggio del 1975, Giacomo Bulgarelli veste una sola maglia se escludiamo ovviamente quella della Nazionale: la casacca rossoblù del Bologna.
Ah, bisogna anche escludere il momento visionario in cui accettò di giocare 2 gare nel campionato americano (NASL) con la maglia degli Hartford Bicentennials. 

Col Bologna 8 reti in 33 presenze (una allo spareggio) nella stagione 1963-1964, quella dello scudetto vinto contro l’Inter nella sfida di Roma appunto di spareggio. 

Ricapitolando, sedici anni sempre con la stessa maglia, probabilmente dopo i Totti e Del Piero è roba che non rivedremo più: non esiste neanche quota per le scommesse per un altro campione di questo livello sempre nella stessa squadra!

La sua maglia iconica

In un’epoca in cui i calciatori non avevano il proprio nome stampato sulle maglie, e a dirla tutta nemmeno questa titolarità del numero sulle spalle, Giacomo Bulgarelli è ricordato come il numero 8 di Bologna e del Bologna.
Non che non abbia indossato altri numeri in carriera, come il 10 e il 4, proprio a causa della volatilità di questi elementi all’epoca, ma Bulgarelli è universalmente riconosciuto con il nostro amato number 8. 

E “Giacomo Bulgarelli Number 8” è proprio il nome del premio che l’associazione che porta il suo nome, insieme a l’Associazione Italiana Calciatori, organizzano e consegnano alla mezzala migliore di ogni anno solare in tutto il mondo. 

Una simbologia identitaria quella del numero che oggi è alle stregue del marketing o dei cambi di squadra sicuramente più agevolati e frequenti rispetto a prima. 
Il Bologna decise di non ritirare la maglia numero 8, come era stato chiesto da più parti, ma di ricordare Bulgarelli con una borsa di studio annuale a un calciatore del settore giovanile "che si distinguerà per sportività, correttezza e lealtà". 

Giacomo Bulgarelli entra di diritto nella lista dei numeri 8 più iconici, universali e forti della storia del calcio, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

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