Ha ancora senso il doppio nel tennis? Questo articolo e l’intervista esclusiva che contiene partono proprio dalla domanda provocatoria lanciata da uno dei massimi esperti di tennis, come il giornalista Ubaldo Scannagatta su Ubitennis. Non so se esistano aforismi sul doppio, ma la sua essenza si potrebbe riassumere nel concetto di squadra applicato a uno sport individuale.

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Il doppio è rapidità, strategia, velocità di esecuzione e tanto, tanto gioco di volo. La provocazione di Scannagatta nasce dalla constatazione che questa specialità è ormai in declino, dominata da tennisti non di primo piano, i quali, invece, la utilizzano più per arrotondare gli incassi delle loro vittorie in singolare che per dedizione e passione. 

A difesa della nobile specialità del doppio, ho chiamato Mara Santangelo, ex tennista classe 1981 originaria di Latina, che nella declinazione a coppie del suo sport ha vinto 23 titoli, ma soprattutto ha conquistato il Roland Garros nel 2007, insieme all’australiana Alicia Molik, prima italiana nella storia ad aggiudicarsi un titolo del Grande Slam. Tra i successi di Mara meritano una menzione speciale la Fed Cup del 2006 con la Nazionale italiana del capitano non giocatore Corrado Barazzutti e gli Internazionali d’Italia del 2007, nel doppio in coppia con la francese Nathalie Dechy

In carriera sei stata soprattutto un'eccellente doppista. Come si sceglie questa particolare specialità?
“Ho ottenuto indubbiamente grandi successi nel doppio. Un dolore al piede mi ha sempre dato qualche problema, durante tutta la mia carriera tennistica: il doppio è una specialità in cui si ha meno dispendio fisico e mi dava la possibilità di giocare più liberamente, senza sentire dolore, essendo gli spostamenti più ridotti rispetto al singolare.

Questo è il motivo per cui ho avuto risultati migliori. Oltretutto avevo delle prerogative tecniche che si adattavano bene al doppio: ero una giocatrice molto aggressiva e prediligevo venire a rete quanto prima dopo il servizio, seguendo il mio modello Martina Navratilova; essendo alta di statura, coprivo molto bene la rete, il che mi ha molto agevolato”.

Che differenze ci sono nello stile di gioco individuale tra il singolare e il doppio?
“Necessariamente, nel tennis di oggi, per essere forti e incisivi in doppio le caratteristiche più importanti sono: essere aggressive, giocare una buona volée, avere una visione del campo e del gioco. Quest’ultimo è  un aspetto che si deve assolutamente allenare per essere incisivi in questa specialità”. 

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C'è l'impressione che i doppisti siano una sorta di figli di un dio minore del tennis. Tu hai provato questa sensazione? Come ti spieghi questa considerazione inferiore del doppio, soprattutto da un punto di vista mediatico?
“Non ho mai provato la sensazione di essere considerata meno giocando il doppio rispetto al singolo. Quando ho vinto gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros c’era tanta risonanza mediatica intorno a questi risultati; forse ne avrei avuta di più se avessi vinto questi grandi tornei insieme a un’altra italiana: questo aiuta tantissimo. L’abbiamo visto quando Fognini e Bolelli hanno vinto gli Australian Open o Vinci ed Errani con i loro 5 successi nel Grande Slam in coppia, perché erano team tutti italiani.

Nel mio caso, a parte i successi con la Nazionale, ho avuto sempre al mio fianco giocatrici straniere. Il doppio, inoltre, è meno seguito a livello televisivo del singolare, ma da giocatore non lo percepisci perché è tanta la gioia di entrare dentro quel campo! Un altro bell’aspetto da non sottovalutare del doppio è quello di poter condividere le vittorie o le sconfitte con il tuo partner: giocare con una compagna, in uno sport individuale, mi ha aiutato e insegnato tantissimo”.

Come si fa a conciliare singolo e doppio nello stesso torneo? Se si va avanti in entrambe le specialità, si rischia di giocare ogni giorno. E la preparazione?
“Conciliare singolo e doppio non è sempre facile: infatti i giocatori più forti che puntano a vincere i tornei individuali solitamente non giocano il doppio e i migliori doppisti non eccellono nel singolare. Sono pochi quelli che si cimentano in entrambe le specialità, anche perché è molto, molto dispendioso: noi tenniste abbiamo una grande preparazione dietro le spalle e questo sicuramente ti aiuta”. 

Riprendendo quanto ha scritto Ubaldo Scannagatta, ti pongo la domanda diretta: ha ancora senso il doppio nel tennis, secondo te?
“Certo che ha senso giocare il doppio! Lo ha sia da giocatore, per migliorare tanti aspetti del tuo gioco che poi ti puoi riportare nel singolo, sia per il pubblico e per chi lo guarda in televisione perché è molto spettacolare. Da parte mia, quindi, evviva il doppio!”

Quali sono le tue partite che ricordi con più piacere?
“Sicuramente la vittoria in doppio al Roland Garros e il successo nella Fed Cup. La partita che vinsi in finale nel singolare fece da apripista per poi farci alzare la coppa al cielo: era la prima, storica, dell’Italia e non posso non portarla nel cuore”.

E quelle che ricordi con rammarico?
“Mi considero una persona positiva, non mi piace vedere le cose con un’ottica di rammarico. Forse, l’unica partita che ricordo con dispiacere, e ne parlo anche nel mio primo libro che si chiama Te lo prometto, è quella contro Serena Williams a Wimbledon. Nel libro parto proprio da quell’episodio: eravamo sul campo centrale, avevo vinto il primo set e stavo per mettere sotto nel punteggio anche nel secondo la numero uno del mondo, quando il piede ha iniziato a farmi male.

Devo dire che mi sarebbe piaciuto tanto (e questo è il rammarico) giocarmi quella partita alla pari, senza dover pensare  a questo maledetto dolore che, come ti dicevo, mi ha ostacolato in tutta la mia carriera”. 

Chi sono i tuoi doppisti preferiti di tutti i tempi, in campo maschile e femminile?
“Non posso non citare il mio mito, Martina Navratilova, e, nel tennis maschile, John McEnroe e Stefan Edberg che mi piaceva tantissimo. Parlando, invece, di oggi e degli anni in cui giocavo, tra le donne direi Alicia Molik, insieme alla quale ho vinto a Parigi, e un’altra australiana, Samantha Stosur; tra gli uomini, per me i fratelli Bryan sono davvero il top, anche perché molto spettacolari”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Lionel Cironneau (AP Photo).

Sull'autore
Di
Emanuele Giulianelli

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.

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