"Gennaro Gattuso allenatore? Non sarà mai pronto per una grande panchina". Un anatema ripetuto come un mantra, nei confronti di Ringhio, subito dopo il passaggio della staccionata, dal campo alla guida tecnica. Un Mondiale, due Champions League, due campionati e una Coppa Italia, tra i tanti trofei vinti da calciatore, evidentemente non sono bastati a certa opinione pubblica..

Dopo il ritiro da mediano più forte, gli si è sempre rimproverato il suo essere "ruspante", troppo genuino, quasi "scalmanato" per pensare di gestire un club "top level", in cui la presenza scenica imporrebbe cravatta e doppio petto. Il calcio di oggi, tuttavia, pare aver dimostrato di volersi gettare alle spalle i vecchi - e per molti versi antipatici - luoghi comuni. E così, se il proverbiale "stile Juve" è riuscito ad aprirsi a una figura come Maurizio Sarri (geniale ancorché provinciale, in senso buono, fino al midollo), ecco che i nodi sono venuti al pettine anche in merito alle - tante - qualità del buon Rino.
 

Il rimpianto del Milan

Prima di sedersi sulla panchina del Napoli, ereditando con un filo di imbarazzo il posto lasciato libero dal "maestro" Carlo Ancelotti, Gattuso era arrivato - per quasi due stagioni intere - fino al suo Milan, in cui lo si è rimpianto per gran parte della stagione corrente (prima dell'exploit di Stefano Pioli), dopo aver raggiunto la quinta piazza a un solo punto dal quarto posto dell'Inter di Spalletti, strafavorita per le scommesse Serie A nel testa a testa meneghino.

Alias, il miglior risultato del club rossonero dalla stagione 2012-2013, conquistato con "quello che c'era a disposizione", nella piena confusione dirigenziale ai vertici. L'"arrivederci e grazie" è arrivato a fine maggio 2019, quando Gattuso ha chiesto di integrare la rosa con 2-3 acquisti di qualità. Quasi una beffa pensare a come poi andranno le cose dalle parti di Milanello, da Giampaolo a Pioli passando per il "fantasma" di Rangnick e, quindi, al continuo montare e smontare dei progetti tecnici.

Gattuso, leone a bordo campo!

Il grande cuore e la polveriera Napoli

Con estrema dignità, Gattuso accetta l'avvicendamento e, con la grande nobiltà d'animo che l'ha sempre contraddistinto, rinuncia alla sua buonuscita, preoccupandosi esclusivamente del pagamento delle 24 mensilità di tutto il suo staff tecnico. Un grande uomo, che ha poi saputo risollevare le sorti di un Napoli il cui spogliatoio era ridotto a una polveriera, con Allan a capo dell'ammutinamento dei giocatori nei confronti della società.

Beninteso, Gattuso non ha perso il suo modo di essere "Ringhio" dalla mediana alla panchina. Proprio al termine della sconfitta di campionato contro l'Inter, ha dichiarato di volere "più veleno" dai suoi giocatori, chiamati a dare qualcosa di più oltre a rispettare le consegne tattiche. Lo spirito con cui ha compattato l'ambiente ha portato, infatti, i partenopei al trionfo, da outsiders per le scommesse sportive 888sport in Coppa Italia contro la Juventus. 

Il tesoro delle panchine burrascose del passato

Ma c'è stato, in questi mesi, qualcosa di più della sola grinta. Sembra quasi che Ringhio abbia accumulato tutte le esperienze passate e ne abbia fatto tesoro proprio alla corte di De Laurentiis: l'esordio da allenatore col vulcanico presidente del Sion (l'architetto elvetico Christian Constantin), l'altro esordio - in Italia - in cadetteria col Palermo di Zamparini, durato appena sei giornate di campionato.

Ancora, la Grecia con la "fregatura" OFI Creta alle dipendenze di una società esistente e l'analoga esperienza biennale di Pisa, riportato in Serie B nello spareggio col Foggia di Roberto De Zerbi. Sia in Grecia che in Toscana, pare che Ringhio abbia provveduto lui stesso ad alcune necessità economiche primarie dei calciatori rimasti per mesi senza stipendio.

Il trionfo "riflessivo" in Coppa Italia

Da qui, la necessità di tirare il fiato, dopo tante panchine così burrascose, accettando nell'estate 2017 di diventare il tecnico della Primavera del Milan. A novembre, con l'esonero di Vincenzo Montella, il cerchio si è chiuso. Oggi, al Napoli, ci troviamo di fronte a un Gattuso più riflessivo, un fratello maggiore da non tradire. E, perché no, uno stratega.

Ha subito compreso il corto-circuito derivato dall'accostamento tra Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti, che aveva creato un ibrido con poche applicazioni al lato pratico. Già, quel lato pratico e quel pragmatismo fondamentali per salvare la stagione e renderla, anzi, indimenticabile. Gattuso si è preso Diego Demme (peraltro da sempre ispiratosi a Ringhio) e ha sistemato la metà campo, tornando al 4-3-3 senza la spettacolarità dell'era Sarri, ma in grado di speculare con intelligenza sulle debolezze altrui.

Un esempio, su tutti, la vittoria, da sfavorito per le scommesse calcio 0-1 conquistata a San Siro in semifinale di andata di Coppa Italia contro l'Inter di Conte, cedendole completamente l'iniziativa e, di fatto, mandandola in afasia tecnico-tattica, punendola quindi con la rete di Fabián Ruiz al 57'. Allan, Callejon, Mertens, da agitatori sono tornati a essere "pretoriani".

E quel trofeo coccardato, alzato in faccia alla Juventus, sa tanto di grande rivincita per Rino Gattuso. Con dedica affettuosa, ancorché commovente, alla sorella, recentemente scomparsa. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Antonio Calanni e Luca Bruno.

Sull'autore
Di
Stefano Fonsato

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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